13 FEBBRAIO, PER RICORDARE LE VITTIME MERIDIONALI DELL'“UNITÀ”

13 FEBBRAIO, PER RICORDARE LE VITTIME MERIDIONALI DELL'“UNITÀ”

13 FEBBRAIO, PER RICORDARE LE VITTIME MERIDIONALI DELL’“UNITÀ”

di Pino Aprile

Quei morti del Regno delle Due Sicilie, vittime di una guerra non dichiarata per l'unificazione d'Italia (in molti ci credettero) o solo per l'espansione del Piemonte (detto dal capo del governo, in Parlamento, al capo dell'opposizione), fanno ancora paura dopo 160 anni: diffamati in vita e nella storia gli abitanti di un Regno in pace con tutti, abbattuto dall'“urto esterno” (Benedetto Croce) dell'“invasore piemontese” (sito dell'Arma dei Carabinieri), uccisi, deportati, incarcerati senza accusa, condanna e processo o con parodie di dibattimenti dinanzi a tribunali militari.

La strage fu così spaventosa, che la prima Commissione parlamentare sul cosiddetto Brigantaggio fu distrutta, perché troppo veritiera; la seconda, pur addomesticata, fu letta in seduta segreta al Parlamento e subito dopo dispersa, per farla sparire. Se ne trovarono “resti” un secolo dopo e fanno paura. Centinaia di migliaia le vittime; soldati, civili, donne, bambini, paesi rasi al suolo, stupri, torture: Garibaldi arriva (scortato dalla flotta britannica) nel maggio del 1860, l'esercito sabaudo segue poco dopo (ma circa ventimila soldati piemontesi, finti disertori, erano arrivati con Garibaldi: i Mille sono una fiaba); e già con il censimento del 1861, i padri della nostra demografia, Cesare Correnti e Pietro Maestri, scoprono che per l'arrivo delle truppe sabaude, in un pugno di mesi, la popolazione è diminuita di circa 120mila unità! Prima di stupirvi: stando ai tassi di crescita annua, gli abitanti del Regno avrebbero dovuto crescere di quasi altrettanto.

E ora potete fare la somma di quanto è costato ai terroni il primo anno di “Unità”. Vi sembra troppo? Potrebbe essere troppo poco. Il ministro Giovanni Manna, nella sua relazione al re “galantuomo” (e meno male!), poi approvata dal Parlamento, sul censimento del 1861 appena fatto; scrive che “nelle nuove provincie che abbiamo appena conquistato”, per il “grande atto del nostro rinnovamento, la guerra”, cioè, hanno trovato meno abitanti di quanti dovevano essercene: 458mila in meno. Nessuno storico ha citato questi dati in un secolo e mezzo. Ma la guerra non finì nel 1861; durò almeno dieci anni, con massacri inauditi, rivendicati con orgoglio dai “padri della Patria”, da Nino Bixio a Enrico Cialdini (con le repressioni della rivolta siciliana del Sette e mezzo, aggravate dall'epidemia di colera portata dalle truppe sabaude, la popolazione di nuovo diminuì ferocemente. Poi, ci penserà la miseria postunitaria a far emigrare dalla Sicilia un abitante ogni tre, mai successo nella storia millenaria; nel resto del Sud andò persino peggio: dall'Abruzzo se ne andò quasi uno ogni due).

Eppure, quella guerra viene negata ancora oggi (sempre meno, a esser precisi) e la si nasconde dietro la diffamazione: non erano patrioti o persone che reagivano a violenze, saccheggi, stupri; no, solo “briganti”, delinquenti. E tali, per estensione, tutti i terroni. Quasi una stortura etnica, un male da recidere, a cui rifiutare l'appartenenza al corpo-nazione (eppur nazione imposta), se ancora oggi, il libro di un accademico, il professor Carmine Pinto, “La guerra per il Mezzogiorno” (sottometterlo e annetterlo. Ma così sono nati gli Stati nazionali, in tutto il mondo), ha come sottotitolo: “Italiani, borbonici e briganti 1860-1870”! Dopo 160 anni, quegli italiani “borbonici”, ovvero abitanti di uno Stato retto da una dinastia napoletana da oltre un secolo, aggrediti da un esercito, non sono italiani, ma “borbonici”, quindi se li stermini, elimini dall'Italia chi italiano non è; e chi reagì e si difese, era “brigante”, un criminale.

Te lo insegnano a scuola, all'università, ancora oggi: Italiani, borbonici e briganti: “loro” quelli giusti, e “noi”, quelli sbagliati. Una educazione alla minorità, all'esclusione, alla colpa dei vinti, cui si concede di esistere, come “italiani”, solo se si rendono accetti a chi li ha sottomessi; o, come si dice in modo più tecnico, ma più corretto: il vinto, privato della sua storia e della memoria, può continuare a esistere solo se si “inscrive nella storia del vincitore” e in quella si annulla; se da “borbonico” e “brigante”, rinnega se stesso, può essere “accettato” quale “italiano”. E come tale, devi schifare tutto quello che appartiene alla tua identità (ti danno pure una cattedra all'università, però) e sentirti migliorato se somigli sempre meno a quello che sei e sempre più a quello che hanno deciso tu sia.

Per questo, dopo 160 anni, i nostri morti restano “borbonici” e “briganti”; e i loro sterminatori sono “italiani”, eroi. I primi vanno sepolti nella dimenticanza e nella vergogna, ai secondi pagine di storia, monumenti, strade e piazze intitolate. La favoletta risorgimentale ci mente su un fatto banale: la rivoluzione industriale pretendeva gli Stati nazionali e dove non nacquero meglio (beati loro), sono nati così, o persino peggio (vedi gli Stati Uniti; la Turchia). Non possiamo cambiare il passato, non possiamo condannare i carnefici né consolare le vittime, ma possiamo smettere di onorare i primi e diffamare le seconde, e raccontare semplicemente i fatti. Siamo ormai figli degli uni e delle altre; diamo alle centinaia di migliaia di vite travolte e umiliate l'onore postumo del ricordo (in realtà, lo diamo a noi stessi, per ricomporre la frattura nazionale che la storia, spesso ridotta a ufficio stampa del vincitore, mantiene aperta e allarga, per giustificare inalterati sistemi di potere, pretese massoniche).

Il 13 di febbraio è il Giorno della Memoria delle vittime meridionali dell'Unità. Il giorno della caduta di Gaeta, assediata e bombardata, dai “fratelli d'Italia”, anche durante la resa. Quel giorno cadde un Regno italiano che fu annesso con le armi, non con un patto federale (il Piemonte non lo volle) e i soldati napoletani (che andavano iscritti “nel ruolo degli eroi” italiani, si legge in “Finis Italiae” dell'insospettabile Sergio Romano), “anziché avere l’onore delle armi, furono inviati nei campi di concentramento di Fenestrelle e San Maurizio Canavese”, è detto nel sito dei Carabinieri, come ha segnalato Gigi Di Fiore. Chi chiama “italiani” solo i vincitori dice che ricordando i vinti “si divide” il Paese; e non si deve riconoscere alcuna dignità agli aggrediti e sottomessi “borbonici” e “briganti”. Peccato fossero italiani pure quelli, e pure più di altri (i Savoia, Cavour parlavano francese e l'italiano dovettero studiarlo. Non benissimo, tra l'altro). Divisi saremo finché non si riconoscerà questa banale verità. Di quelle vittime portiamo i nomi: Peppino, Maria, Gennaro, Salvatore, Concetta... Riconoscere l'umiliazione loro inferta, è il modo per rifiutare la minorità dei diritti e il mancato rispetto della nostra storia che vorrebbero ancora infliggerci. I pronipoti di quelle vittime i cartelloni posero, quali lapidi tardive.

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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2 Comments

  1. antonio marsiglia
    Febbraio 6, 2020 at 13:56
    Reply

    la mia commozione ed il mio dolore alla lettura di quest articolo sono pari solo alla gratitudine nei confronti di chi si adopera per portare alla coscienza collettiva la Verità.
    Triste, spaventosa, orribile, greve ed ingiusta, ma finalmente dissepolta Verità.

  2. Roberto De Nobili
    Febbraio 12, 2020 at 12:02
    Reply

    È molto grave, troppo grave ciò che accade in Italia per piegare in ginocchio il meridione.

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