CHI HA PAURA DI NICOLA GRATTERI?

CHI HA PAURA DI NICOLA GRATTERI?

CHI HA PAURA DI NICOLA GRATTERI?

di Raffaele Vescera

Et voilà, il silenzio assordante dei grandi giornali e altri media italiani, nelle mani dei grandi gruppi industriali del Nord, sulla grande inchiesta “Rinascita Scott”, condotta dal procuratore Nicola Gratteri, che ha visto l’arresto di ben 330 persone coinvolte nei clan ‘ndranghetisti calabresi e non, è stato rotto da Mediaset che manda in onda un’intervista al procuratore generale calabrese Lupacchini, il quale per smontare l’inchiesta l’ha definita in diretta Tv “evanescente” (sic!) poiché, a suo avviso, non supportata da prove convincenti. Al contempo, Lupacchini ha confessato di aver appreso solo dai giornali di tale inchiesta. Domanda: con quale conoscenza dei fatti si può dunque definirla “evanescente”?

Dodici anni fa il Pm Luigi De Magistris, autore dell’inchiesta Why not, svelò i legami tra mafia, massoneria, politica, imprenditoria e rappresentanti delle istituzioni nella stessa Calabria. Un “sistema” per essere tale, funziona come una macchina perfetta, prevede l’accordo di tutti i partecipanti e un sasso nel suo ingranaggio può farlo saltare. De Magistris fu trattato con il pugno di ferro dall’allora ministro Mastella e dallo stesso Consiglio superiore della Magistratura, comandato da un allora presidente della Repubblica, chiacchierato per le sue frequentazioni massoniche, permettendo così al sistema, come scrive lo stesso De Magistris, di funzionare per altri dodici anni. De Magistris, la cui vita professionale, con il pretesto di cavilli procedurali, fu rovinata insieme a quella di un pool di magistrati di Salerno che indagò con coraggio sulla procura calabrese, uscì a testa alta dai giudizi della Cassazione. La sua inchiesta era stata condotta con correttezza come con irreprensibilità amministrativa ha agito da sindaco di Napoli.

Un sistema marcio che vede la sinergia tra massoneria (“deviata”, specifica Gratteri) e mafia non può essere derubricato a fenomeno “regionale”, come fa il pur sapiente Pino Arlacchi, in un articolo del Fatto, in verità l’unico giornale a dare il giusto spazio all’inchiesta Gratteri. Arlacchi sostiene che questa inchiesta non è paragonabile a quella del maxi processo di Palermo condotta da Falcone e Borsellino, poiché in quel caso c’era un patto scellerato tra mafia e Stato, era dunque un fenomeno nazionale, mentre ora ci troveremmo in presenza di un fenomeno meramente calabrese. Domanda, se tutti i giornali nazionali (tranne il Fatto) tacciono omertosamente su questa inchiesta, e se tali giornali sono riconducibili ai grandi gruppi finanziari italiani, spesso coinvolti in operazioni di colossale corruzione, in grado di condizionare la vita politica italiana, come si fa a parlare di un sistema “regionale”, non è forse nazionale tale sistema? Nelle precedenti inchieste non è stata forse accertata la stretta fusione tra ‘ndrine e logge massoniche, con i neo adepti registrati a giurare su Garibaldi, Mazzini e La Marmora, l’adesione alla ‘ndrangheta?

Che forse il ceto dirigente meridionale, in cambio di privilegi milionari, non risponde agli interessi del miliardario “sistema nazionale”, governato dalla grande finanza, per mezzo del Partito unico degli affari, come lo definisce Travaglio? Poiché tale partito degli affari ha sede legale al Nord, non possiamo forse definirlo più precisamente Partito unico del Nord? Lo stesso partito che difende il cosiddetto “sbloccacantieri”, ovvero lo spreco di 50 miliardi di Euro in grandi e inutili opere pubbliche da fare al Nord, laddove il piatto del Sud piange ferrovie, strade, ospedali, scuole, tribunali eccetera, così aggravando la Questione meridionale a vantaggio della grande speculazione settentrionale, come accade da sempre in questa italietta prima in Europa per iniquità territoriale e corruzione politico-imprenditoriale?

Che forse la massoneria non è il “super partito borghese” che unisce finanza, politica e malavita, come denunciava Antonio Gramsci già un secolo fa? Che forse la fortissima ‘ndrangheta non concorre nei profitti delle stesse grandi opere pubbliche, come denunciato ripetutamente dalle condanne della Magistratura? Che forse i gruppi industriali non finanziano sottobanco i partiti a loro favorevoli, come da inchiesta su Lega, Renzi, Pd e altri? Allora, se due più due fanno ancora quattro, lascio a voi tirare le conclusioni .

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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