EX ILVA CADE A PEZZI MA NON PORTA CONSIGLIO

EX ILVA CADE A PEZZI MA NON PORTA CONSIGLIO

EX ILVA CADE A PEZZI MA NON PORTA CONSIGLIO

 
 
di Giuseppe Palemburgi*
E’ recentissima la notizia del collassamento di una parte di piano di calpestio di una struttura nastri nel reparto OMO/2 dello stabilimento siderurgico in zona Agglomerato 2. Questo è solo l’ultimo dei cedimenti di strutture che si stanno verificano con frequenza allarmante in quello stabilimento.
L’allarme in questo caso viene dato da un sindacato di base che, slegato dalla cosiddetta triplice, annuncia la cosa più giusta: un esposto alla Procura.
 
Altre rappresentanze sindacali non si adontano di tanta acrimonia ed esortano ad attivarsi da un lato l’Azienda (che in questo periodo è impegnata a fare pretattica con annunci della mattina che comunicano la riduzione di produzione e con annunci della sera con cui invece lancia la ripartenza di alcuni impianti) e dall’altro lo Stato, visto che la cara Azienda attende da Invitalia i 400 milioni di euro previsti dall’accordo in comunione di intenti, però con i soldi pubblici.
Ovviamente l’esortazione non può far a meno di paventare una “ecatombe produttiva ed occupazionale” che riguarderebbe “20.000 lavoratori tra occupati diretti ed indiretti”.
 
Ma qualcuno riuscirà mai a prendere atto che non basteranno questi primi 400 mln di euro nell’impresa che dispone di un impianto in cui le strutture sono ormai decadenti e che necessita di profonde e radicali ristrutturazioni anche impiantistiche e che alla fine della fiera con costi di entità ben superiori ai 1500 milioni di euro previsti dal piano che si sono dati, al netto dei costi che continueranno ad esserci di morti e malattie dei cittadini di Taranto e danni al patrimonio immobiliare e storico, si trascinerà per altri numerosi anni una produzione con ciclo fondato sulla combustione del carbone e le emissioni in atmosfera?
 
Possibile che ancor oggi si possa pensare di relegare per molti anni ancora con ottusa e pervicace visione l’economia di una città di 200.000 abitanti ad una produzione quanto mai nociva come da sentenze di Tribunale già emesse da due lustri?
Se si vuole a tutti i costi avere questa tecnologia di produzione di acciaio, visto i costi di una seria ristrutturazione che non ammonterebbero certo al miliardo e mezzo previsto, non si fa prima e meglio a trovare altra ubicazione più consona, ammesso che in Italia esista un altro luogo adatto, dal momento che anche Trieste e Genova sono state liberate per motivi ambientali?
 
Quanto emerge dalla volontà del Governo è veramente inaccettabile e si accresceranno le conflittualità.
Sicuramente sarebbe molto più sensato pensare a Taranto con le sue peculiarità naturali che aprirebbero le porte ad un importante flusso turistico, ma soprattutto alla cantieristica e al porto che attende da trent’anni, forse non a caso, che si compiano opere infrastrutturali di collegamenti viario e ferroviario e che, con l’utilizzo di aree acquisibili dal Siderurgico, farebbero annoverare al Sindacato posti di lavoro per almeno 60000 occupati, altro che ecatombe produttiva ed occupazionale, se si chiude ex Ilva.
* GDS Comunicazione M24A ET Circolo di Taranto.
Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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