FRANCESCO II, ULTIMO RE DELLE DUE SICILIE, MORIVA AD ARCO IL 27 DICEMBRE DEL 1894

FRANCESCO II, ULTIMO RE DELLE DUE SICILIE, MORIVA AD ARCO IL 27 DICEMBRE DEL 1894

FRANCESCO II, ULTIMO RE DELLE DUE SICILIE, MORIVA AD ARCO IL 27 DICEMBRE DEL 1894

 

Il 27 dicembre 1894, ad Arco in provincia di Trento, moriva l’ultimo re del Regno delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone. Il Corriere di Napoli, che qualche giorno prima della morte del Re aveva comunicato ai propri lettori la decisione di raccogliere gli articoli pubblicati negli ultimi due anni sulla fine del Regno in un testo, il giorno dopo la scomparsa del Re annunciava ai lettori: «In seguito alla morte dell’ex Re Francesco II, il volume in corso di pubblicazione sulla Fine di un Regno, acquista una palpitante attualità ed assume una importanza addirittura eccezionale»[1].

La morte di Francesco II e la pubblicazione del testo crearono l’occasione per aprire il dibattito sulle condizioni politiche, sociali ed economiche di Napoli e del Sud, mettendo a  confronto il prima e il dopo l’unità, i Borbone e i Savoia, la Napoli capitale del passato e la città declassata del presente. Ormai, appariva chiaro anche a Raffaele De Cesare, il giornalista che aveva curato articoli e testo, che «l’epoca della storia convenzionale» era passata e che essa era chiamata «a riprodurre tutte le manifestazioni umane, tutta la vita sociale»[2]; non era possibile continuare ad ignorare la storia dei «senza voce», che erano i veri sconfitti del processo unitario: i soldati borbonici rimasti fedeli, i giovani renitenti alla leva, i contadini illusi dalle vuote promesse garibaldine, le masse popolari profondamente ancorate al mondo cattolico. Nella prefazione del suo testo De Cesare ribadiva chiaramente che la storia non doveva essere «esercitazione rettorica, ma studio intimo e vivo».

Finita l’epoca di Ferdinando II, che anche lo storico Giuseppe Galasso riconosce fondata «sulla convinzione dell’assoluto bisogno di preservare l’autonomia del Regno dalle pressioni straniere»[3], il giorno stesso della morte del padre, Francesco II di Borbone, duca di Calabria, era salito al trono, incontrando da subito notevoli difficoltà nel gestire una situazione che si era fatta disperata.

Il proclama ufficiale, che non garantiva riforme, si presentava in perfetta continuità con la linea politica seguita da Ferdinando II: disponeva il mantenimento delle autorità nelle cariche, magnificava la figura e l’opera del defunto Re, deludeva le aspettative dei liberali.

Nel frattempo, in Alta Italia, le truppe franco-piemontese impegnate nella 2ª Guerra d’Indipendenza, dopo le vittoriose battaglie di Montebello e Palestro, il 9 giugno sconfiggevano gli austriaci a Magenta, liberando praticamente la Lombardia.

Francesco II, timido, riservato, inesperto, si trovò improvvisamente a dover gestire complesse problematiche di politica estera che erano il frutto delle politiche del padre che era riuscito con abilità a conservare l’indipendenza del Regno, a mantenere la pace per 29 anni, a non indebitarsi con le Potenze straniere, a superare le crisi rivoluzionarie a Napoli e in Sicilia mai ricorrendo ad eserciti stranieri.

Russia e Austria auspicavano decisamente che il nuovo Re mantenesse una politica estera conforme a quella del padre. Già il 22 maggio, l’ambasciatore austriaco Anton Stephan Martini comunicava al nuovo ministro degli Esteri, Johann Bernhard von Rechberg, che Francesco II non si sarebbe discostato dalle orme paterne. Consapevoli delle vigorose pressioni che Francesco II riceveva da Francia, Piemonte, e parte stessa della sua Corte, al fine di un coinvolgimento diretto nella guerra allora in corso, ministri e ambasciatori austriaci si premunivano di creare le migliori condizioni diplomatiche affinché fossero ripristinati normali rapporti tra Napoli e Londra, interessata a che il Regno delle Due Sicilie si mantenesse neutrale per custodire la propria influenza nelle questioni italiane.

Nemmeno un anno dopo essere salito al trono, dopo infinite traversie, Francesco II vedeva il proprio Regno invaso militarmente a tradimento da Giuseppe Garibaldi con un’impresa sostenuta segretamente da inglesi e sabaudi, in palese violazione del diritto internazionale.

La mattina del 3 settembre, assolutamente cosciente di essere contornato da traditori a cui aveva lasciato spazi enormi, Francesco II prese la sofferta decisione di lasciare Napoli e di arretrare la linea difensiva contro l’avanzata garibaldina tra le fortezze di Gaeta e di Capua, nell’area compresa tra il Volturno e il Garigliano.

Secondo De Cesare, il Re aveva seguito i consigli dell’Austria e del comandante dell’Esercito pontificio Louis Juchault de Lamorcière[4], ma erano in tanti ad aver sconsigliato Francesco II di mettersi al comando delle truppe lungo la linea difensiva tra Salerno ed Eboli.

Secondo altri Francesco II non avrebbe dovuto lasciare Napoli, ma combattere e magari morire. Non avrebbe dovuto dar conto alla stampa filo-unitaria a cui aveva concesso una libertà mal ripagata, né al vociare di esuli cavourriani e mazziniani a cui aveva concesso l’amnistia, né ai suoi ministri costituzionali al potere contro la dinastia reale. Francesco II avrebbe invece dovuto alzare lo sguardo «nelle cose dei cittadini, nelle capanne de’ contadini, nelle tende de’ soldati», per ascoltare con commozione i «singhiozzi di milioni di sudditi, spaventati dalla imminente ruina infinita». Secondo questa tesi Francesco II avrebbe dovuto ripercorrere i passi compiuti fino al 24 giugno: sospendere la Costituzione, proclamare lo stato d’assedio, bloccare la stampa cavourriana e mazziniana, espellere stranieri e esuli, mandare sotto processo i ministri infedeli, giudicare gli ufficiali dell’Esercito e della Marina che avevano provocato le sconfitte, eliminare i camorristi dal corpo di Polizia, ripristinare le guardie urbane, riavvicinare i tanti fedeli sudditi allontanati dalle amministrazioni centrali e periferiche. Era questo l’unico metodo per respingere i nemici interni ed esterni e salvare con la dinastia il Sud dall’invasione in atto e dalla colonizzazione che ne sarebbe derivata.

Ma Francesco II era pur sempre il «figlio della Santa»: più che il suo regno in terra,  sperava in un piccolo e modesto posto in quello dei cieli.

Alle quattro di pomeriggio del 5 dicembre, Francesco II comunicava al Consiglio di Stato la sua decisione di lasciare Napoli per Gaeta, chiedendo al ministro degli Esteri Giacomo De Martino di preparare una lettera di protesta indirizzata alle Potenze europee.

L’ambasciatore inglese Henry Elliot, pur essendo un acerrimo nemico della dinastia dei Borbone, oltre che uomo di fiducia dei ministri John Russel e lord Palmerston che avevano avuto un ruolo determinante nella fine del Regno delle Due Sicilie, rimase colpito, al pari del collega francese Anatole Brenier e degli stessi ministri costituzionali che stavano tradendo il loro mandato e la patria, della pacatezza, della compostezza, della risolutezza con la quale, «salvando la Corona», Francesco II subiva le gravi umiliazioni personali.

Tanto che quel giorno stesso la voce di Elliot sembrò levarsi a difesa di Francesco II e contro i traditori di Corte e gli stessi liberali: «È impossibile descrivere l’odiosa esibizione di piccineria, ingratitudine, vigliaccheria e d’ogni altra infima qualità che è stata fatta in questi ultimi giorni»[v].

Come scritto nel Proclama Reale, Francesco II lasciava in città parte delle forze militari, circa 6 mila uomini con il compito di proteggere l’incolumità di Napoli.

Giovedì 6 settembre, una splendida giornata di fine estate, nelle prime ore del pomeriggio il Re riceveva il saluto dei ministri e dei direttori rivolgendosi loro in maniera cortese, come d’abitudine.

Francesco II lasciò Napoli senza neppure prelevare i suoi beni personali che finirono nelle mani untuose della nuova autorità.

Anche gli ambasciatori stranieri si presentarono a salutare il Re in partenza, persino Brenier ed Elliot, non il piemontese Villamarina. D’altronde, De Martino aveva poco prima inoltrato l’atto di protesta nel quale il Piemonte veniva ritenuto il principale responsabile dell’invasione del Regno; un atto che terminava con l’impegno di difendere il Regno fuori le mura della Capitale e con parole solenni: «forti sui nostri dritti fondati sulla storia, sui patti internazionali  e sul diritto pubblico europeo», la protesta si estendeva «contro tutti gli atti finora consumati» e con la ferma volontà di conservarla alla storia «come un monumento di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all’usurpazione»[vi].

Tranne Brenier ed Elliot, e naturalmente Villamarina, gli ambasciatori ricevettero disposizioni di trasferire a Gaeta gli uffici diplomatici. La Spagna dispose affinché Francesco II fosse scortato con due navi spagnole.

Elliot non rinunciò a criticare apertamente il comportamento assunto da Vittorio Emanuele II e da Napoleone III, durante l’avanzata garibaldina sul suolo napoletano[vii]. Nelle frasi di Elliot apparve evidente l’ammissione che la stessa propaganda, servita ad infangare i Borbone, era stata del tutto strumentale al fine di isolare una dinastia reale che si era rifiutata di sottostare alla forza delle Potenze dominanti dell’epoca.

In perfetto orario, alle diciotto, il Messaggero, scortato da due navi spagnole, salpava dal porto di Napoli. Come profetizzato dal vecchio generale Carrascosa, Francesco II non sarebbe mai più tornato a Napoli. La flotta napoletana, già abbondantemente compromessa con l’ammiraglio Persano e l’ambasciatore piemontese Villamarina, si rifiutava di seguire il proprio Re, ad eccezione della Partenope  che raggiungeva Gaeta.

Con l’uscita da Napoli di Francesco II finiva il Regno delle Due Sicilie; tra Capua e Gaeta iniziava una lunga e coraggiosa lotta che avrebbe restituito l’onore perduto in Sicilia e in Calabria all’Esercito Reale e alla dinastia borbonica.

 

Michele Eugenio Di Carlo

 

 

 

 

[1] G. CATENACCI, Introduzione  in R. DE CESARE (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, Napoli, Grimaldi § C. Editori, 2003, pp. IX-XI.

[2] R. DE CESARE, Prefazione in Roma e lo Stato del Papa. Dal ritorno di Pio IX al XX settembre, Roma, Forzani e C. Tipografi-Editori, 1907.

[3] G. GALASSO, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale (1815-1860), Torino, UTET, 2007, p. 750.

[4] R. DE CESARE (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, cit., p. 460.

[v] H. ACTON, Gli ultimi borboni di Napoli (1825-1861), cit., pp. 551-552.

[vi] Ivi, pp. 471-472.

[vii] Ivi, pp. 471- 472.

 

Michele Eugenio Di Carlo

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