GIGGINO DI MAIO  SENZA PARAGONE

GIGGINO DI MAIO  SENZA PARAGONE

GIGGINO DI MAIO  SENZA PARAGONE

di Raffaele Vescera

In occasione della venuta di Di Maio a Foggia per la campagna elettorale delle politiche 2018, stravinte al Sud dal M5S, lo interrogai sulla balzana idea di candidare Gianluigi Paragone, già leghista e direttore di Radio Padania, oltre che vicedirettore e poi direttore vicario dell’indicibile Feltri a Libero. Dissi a Di Maio che era un suicidio legarsi a Paragone, come non ricordare l’attività anti-Sud e le quintalate di insulti razzisti contro i meridionali diffusi dai giornali da lui diretti? Anzi auto razzisti, data la provenienza beneventana del Paragone, che in Tv si lamentava, ahilui, di avere una faccia da “terrunciello”.  Di Maio mi rispose con un secco “Non sono d’accordo”. Ancora più secca era stata la risposta quando, tempo prima, gli avevo domandato se aveva contezza della Questione meridionale “Non esiste nessuna questione meridionale”, aveva esclamato con altezzosa sicumera.  Gli dissi che Paragone sarebbe stato il cavallo di Troia della Lega per conquistare il M5S insieme al governo del Paese. Ma che volete, non c’è sordo peggiore di chi non vuole sentire. Vinte le elezioni grazie al Sud, Di Maio fece la sciagurata alleanza di governo con la Lega Nord, il nemico numero uno del Meridione,  facendo ministro un tal Centinaio che urlava in Parlamento “terrone di merda”, così dando inizio alla rovina del M5s.

E vabbè, ognuno si costruisce la realtà che gli fa comodo e fa filosofia del proprio carattere. Lui, giovincello tutto d’un pezzo, addosso l’eterno vestitino borghese da prima comunione, pragmatico yuppy in carriera politica, non ammetteva altri valori se non quelli contenuti nei cinque punti del suo Movimento.  Come se non vi fossero stati 150 anni e passa di uso coloniale delle risorse umane e naturali del Mezzogiorno  a vantaggio del Nord. Come se arricchire un territorio impoverendone un altro, fosse cos’e niente.  Come se non fossero mai esistiti i Salvemini, i Nitti, i Gramsci e tanti altri meridionalisti fino ai più recenti Zitara e Aprile, che pure al momento risultano inconfutabili nelle loro analisi supportate da numeri “parlanti”.

Di Maio, escluso per ragioni anagrafiche dai movimenti di ribellione giovanile e dalle grandi lotte planetarie contro il razzismo e il colonialismo, Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela gli erano forse ignoti, non sapeva che l’ingiustizia peggiore, nonché più stupida, fosse per l’appunto il razzismo, lo stesso subito da lui in quanto napoletano che, nella vulgata bicornuta leghista “puzza più dei cani.”  No, per lui, pragmatico braccio politico di Grillo, questo non è un valore.

Discriminare un territorio abitato da 20 milioni di cittadini (e basta con questa monopolistica definizione di “italiani”, in Italia risiedono cinque milioni di stranieri che lavorano e pagano le tasse) trattati da cittadini di serie B, ai quali negare lavoro, infrastrutture, trasporti, scuole, sanità, giustizia, nella stessa misura data ai cittadini del Nord, per lui non era una questione. Punto. Quello suo era un movimento nazionale, nato sulla direttrice Genova-Milano , dove abbondano ricchezze personali, industrie, autostrade, ferrovie, e servizi pubblici fatti con i soldi di tutti “gli italiani” (e basta no?) anche quelli del Sud, bisognava prendere voti anche al Nord, senza scalfire i suoi privilegi territoriali e non poteva tener conto delle lamentele dei  meridionali.

Ora che Paragone, serpe in seno da lui coccolata, dopo la caduta del governo con la Lega, di cui l’ex direttore della Padania era stato il “facilitatore”, gli si rivolta contro  e mira a spaccare il M5S il povero Di Maio sembra stupirsi.  La verità è che poteri forti del Nord hanno fretta di sbloccare i 50 miliardi di Euro destinati per il 90% al Nord, vieppiù in grandi opere superflue su cui abbuffarsi di mazzette, altro che fare infrastrutture al Sud, dove sono necessarie, e hanno fretta di varare la scellerata legge sull’autonomia regionale differenziata, ancora una volta punitiva per il Mezzogiorno. Lorsignori vogliono tutto e subito e va messo fine ai tentennamenti del governo Conte bis, il quale, vista la reazione del Sud, è esitante. Il gioco oggi è quello di fare un governo “istituzionale” di sicurezza pro-nord, teste di ponte Salvini e Renzi, con il coinvolgimento di tutti i partiti, Pd incluso, che del Sud se n’è sempre impipato, e parte degli stessi Cinque stelle, lasciando fuori la parte che dà ancora qualche importanza ai valori di onestà e giustizia. Valori comunque inefficaci se si escludono i diritti dei meridionali all’Equità di servizi pubblici con i cittadini del Nord. Diritti che solo un movimento che dell’Equità  territoriale fa bandiera può tutelare.

 

 

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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