I disastri della sanità minacciano le comunità

I disastri della sanità minacciano le comunità

I disastri della sanità minacciano le comunità

di Matteo Notarangelo*

La mortalità da Covid sale. La metà dei decessi per Covid riguarda gli anziani residenti in strutture di assistenza a lungo termine. Tutto fa pensare che questi luoghi diventino contagiosi a prescindere. Eppure, non dicono che nelle residenze per anziani c’è contagio perché non si interviene subito. I ritardi di cure mediche sono dovuti alle attese delle verifiche sanitarie da parte delle Asl. Di solito, i tamponi vengono praticati dopo diversi giorni dalla comunicazione di presunta positività al Covid ai Dipartimenti di Prevenzione delle Asl. Nel frattempo, gli anziani continuano a svolgere le loro normali attività quotidiane nelle loro residenze e nelle loro stanze. La presenza di una persona positiva al Covid in una Casa di Riposo o Residenza Socio Sanitaria Assistita o Residenza Socio Sanitaria contagia non solo altri anziani residenti, ma anche il personale, che svolge il servizio di assistenza e di cura e, poi, le proprie famiglie, le comunità. Da secoli, è risaputo che tralasciare il prendersi cura dalla persona malata, peggiora il suo quadro clinico. Questo è quanto accade. Ma succede altro. Le dinamiche di diffusione del virus provocano, in poco tempo, disastri e tragedie, conosciute da millenni. Ogni studente conosce la narrazione della tosse influenzale, fatta da Ippocrate. Fu lui il primo a servirsi della parola “epidemia” (sopra il popolo), per spiegare quanto avveniva nell’inverno del 412 a. C. a Perinto, città portuale dell’allora Grecia settentrionale. Da quanto apprendiamo, la tosse di Perinto non è stata la prima epidemia. Sappiamo che in Egitto, tremila anni fa, ci fu un'epidemia di vaiolo. Le fonti storiche vanno oltre quel tempo e descrivono una prima epidemia influenzale, esplosa 4500 anni fa a Uruk, nell’odierno Iraq. Tito Livio, poi, nel 212 a. C., narra, nella sua opera Storia di Roma, di un'influenza che abbatté gli eserciti di Roma in Sicilia. Gli storici, nel IX secolo, riferiscono di un'influenza febris italica, che decimò gli eserciti di Carlo Magno. L'epidemia peggiore è la peste nera, che, tra il 1347 e il 1352, falcidiò circa 25 milioni di persone. La stessa sorte ebbero le popolazioni amerinda delle Antille e il popolo azteco del Messico con la conquista del “Nuovo Mondo” da parte di Cristoforo Colombo, Hernàn Cortes e Francisco Pizarro. Ancora dopo, nel 1557, una imprevista epidemia sterminò i sudditi di Maria Tudor d’Inghilterra. E poi, c' è la peste descritta nella Storia della colonna infame da Alessandro Manzoni. Le epidemie influenzali non scomparvero. Si racconta che nel 1830 si verificarono due epidemie influenzali, simile a quella spagnola del 1918, ricordata ancora oggi. In tutte queste sciagure, gli individui hanno cercato sempre delle panacee. Tra queste soluzioni, la quarantena è la più nota. A quanto pare, il rimedio della quarantena non viene praticato nelle residenze sociosanitarie. I ritardi sanitari e il pressapochismo organizzativo di una inesistente sanità territoriale hanno trasformato i territori in un fiorire di contagi. A volte, basterebbe poco per evitare i disastri sociosanitari. Ippocrate lo ha scritto: “Gli individui sono responsabili delle loro malattie se non adottano uno stile di vita che favorisca la buona salute”. In questi anni, gli individui politici, invece, hanno preferito il “buon mercato” alla “buona salute”, distruggendo la sanità territoriale pubblica e negando lo studio della medicina ai tanti giovani italiani.

Ci sono dei responsabili

Nessuno vuole avviare la “caccia agli untori”, ma la morte di tante persone ha dei responsabili. Si conta il numero di chi muore negli ospedali e nelle strutture sociosanitarie e si ignora chi muore nelle case, abbandonato e indifferente anche alla fredda statistica. I decessi di tante persone e il diffondersi di tanti contagi sono spiegabili. La medicina territoriale è stata distrutta. Territori estesi e montani sono stati privati dei servizi sanitari di base, dei loro efficienti ospedali e lasciati alla razzia di una medicina “privata”. Da diversi anni, tantissime comunità hanno subito la perdita di tanti presidi di civiltà e di cura, intimorite da sfaccendati politici che predicavano l'elogio alla riduzione della spesa sanitaria, ossia l'elogio alla negazione del diritto alla salute. Un ceto politico, che dopo aver saccheggiato la finanza pubblica con ruberie ha chiuso tantissimi reparti, obbligando il cittadino, divenuto cliente, a chiedere di essere curato da pochi signori della sanità privata o da responsabili politici di ospedali pubblici infeudati, comunque incapaci di soddisfare i bisogni di salute. Con la pandemia da Covid 19, le nudità del sistema sanitario regionalizzato ha mostrato tutte le sue inadeguatezze, causando il contagio incontrollato e la morte di tante persone, decedute a causa del disordine sanitario, che continua a regnare sotto questo cielo. Come nulla fosse accaduto, il ceto politico di governo continua a porre al centro della pianificazione sanitaria il posto letto. Nonostante i tanti morti e i tanti fallimenti di quella politica sanitaria, nel lessico dei manager della politica e della sanità non c’è la persona, ma, lo riscrivo, il posto letto. Il modello sanitario, ospedalocentrico, pubblico e privato, impera. L'inumana assistenza medica territoriale e ospedaliera, imposta e sostenuta da una politica arruffona, continua ha mostrare i tanti limiti e ha già provocato la strage di oltre 500.000 persone anziane. E' la fine dello “stato sociale”, la distruzione di una delle più importanti conquiste dell'Umanità: la cura della persona malata. I ragionieri politici della sanità pubblica, intanto, stanno eseguendo con fredezza il piano di privatizzazione della sanità e vorrebbero far passare l'attacco al diritto alla salute attraverso la crisi pandemica. Costoro hanno i loro forti e ricchi alleati. Sono i lobbisti della sanità privata. Questi signori della politica non tralasciano di mostrare lo sfascio della sanità pubblica e le assurde condizioni di gestione dell'assistenza medico-ospedaliera delle regioni meridionali. La deplorevole situazione di difficoltà sanitarie ha, invece, origine da diverse cause fra loro intrecciate. Il canto menzognero dell'assenza del personale medico e dell'insostenibilita' della spesa sanitaria è l'inno all'ipocrisia del ceto politico italiano. I cantori affranti della mancanza del personale medico e infermieristico sono quelli che hanno voluto il numero chiuso alle facoltà scientifiche e impedito a tanti ragazzi e ragazze di studiare medicina o scienze infermieristiche nelle università italiane. Ancora oggi, in piena pandemia e nel vivo del disastro organizzativo sanitario, questi “statisti” preferiscono tenere sbarrato l'accesso alle università. L'agorà politica è deserta, c'è silenzio e i manager preferiscono rivelare la loro idea di sanità pubblica, nel chiuso delle aule ministeriali o nelle logge massoniche. Hans Henri P. Kluge, direttore regionale per l'Europa presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, lo dice senza indugi: “Vi è una necessità immediata e urgente di ripensare e modificare il modo in cui le strutture di assistenza e a lungo termine operano oggi e nei giorni a venire”. Per queste ragioni, è importante conoscere la pianificazione e le dinamiche politiche, mediche e giuridiche, di chi ha bloccato il diritto di essere curato a domicilio dei tanti cittadini contagiati. Non si possono dimenticare i drammi e le tragedie vissuti da tante persone, quasi come fossero decessi naturali. La gente vive in una situazione sanitaria di confusione. Sui territori dilagano molte emergenze mediche, che in questo tempo pandemico provocano disastri nelle città, nelle abitazioni e nelle strutture sociosanitarie. Il diritto costituzionale alla salute si è materializzato nella "strage degli anziani" e nella crisi di una classe politica, incapace di mediare gli interessi privati e gli interessi pubblici. La pandemia, gestita cosi male, rischia di porre fine al grande sogno di trasformare i diritti sociali in realtà giuridica. In questo scenario, si muove la degenerazione della politica sanitaria, fonte di una maggiore disuguaglianza tra le persone, che presto sfocerà in una società del conflitto, sempre più darwiniana.

*Sociologo e counselor professionale

 

Michele Dipace

Michele Di Pace

Related Articles

Leave a Reply

Close
Close

Please enter your username or email address. You will receive a link to create a new password via email.

Close

Close