I MALATI PSICHICI RACCONTANO LA LORO PANDEMIA

I MALATI PSICHICI RACCONTANO LA LORO PANDEMIA

I MALATI PSICHICI RACCONTANO LA LORO PANDEMIA

di Matteo Notarangelo*

Non è ignoto: i malati mentali hanno il diritto costituzionale a essere curati. E' chiaro, l'ignoto spaventa e diventa un'arma di controllo sociale, se amplificato da persone note, famose, accreditate. L'ignoto è un'arma di persuasione che impaurisce e provoca follia, malattia mentale. Ma c'è chi dice che il folle parla con Dio e  se il folle è un interlocutore  divino, la sua opinione  individuale a essere curato diventa una credenza sacra, il segno di un' estasi divina.

Questa condizione esistenziale del folle, certo, è ancora affascinante, ma non lo ha lasciato immune dalla paura del contagio da virus  per tutto  il periodo pandemico.  Una ragione, questa, che lo ha spinto a denunciare il suo abbandono  e a  farlo dire che anche un malato mentale può essere contagiato dal Covid 19 e può, a sua volta, contagiare. L'abbandono dei "matti' è una verità verificata e verificabile, tanto vera che la si nota consultando i deliberati  dei comuni. E dagli atti deliberativi dei comuni non si riscontra che nei giorni di quarantena obbligata i sindaci abbiano impegnato risorse economiche dei Piani Sociali di Zona per l'emergenza sanitaria e abitativa di tanti sofferenti psichici, nonostante la spesa  fosse preventivata e finalizzata al contenimento delle nuove e delle vecchie povertà. Una dimenticanza? No, i bisogni dei matti sono non bisogni, perché i folli sono privi di  potere contrattuale politico, perciò esclusi, marginali.

E' una verità? Si! Se cosi non fosse, ci dovrebbe essere l'altra verità istituzionale?

Il Governo, le Regioni, le Asl e i Comuni hanno regolamentato i divieti e le procedure per evitare i contagi, ma pochi, o nessuno, si sono preoccupati delle condizioni economiche e abitative dei malati mentali e delle loro famiglie di origine o acquisite.

Per contenere i contagi da Covid 19, le istituzioni hanno considerato tutte le misure restrittive  e repressive, poi imposte e pubblicizzate. Con le loro disposizioni di legge, hanno costretto la gente fragile a stare a casa per timore che il coronavirus la contagiasse. Le premure dei primi cittadini sono state tante persuasive che presto hanno dimenticato e abbandonato i muti bisogni dei disagiati psichici e delle loro famiglie, lasciando i servizi  psichiatrici territoriali al loro destino.

Nei comuni, oltre alla legge naturale dei virus, ha imperato la legge della selezione darwiniana. I malati mentali, perlopiù soli o conviventi con anziani genitori, sono stati relegati agli “arresti domiciliari sanitari” con una ridicola pensione d'invalidità,  senza alcun aiuto economico, assistenziale e quasi tutti privi di dispositivi di protezione individuale.

I sindaci hanno imitato i comportamenti del Presidente del Consiglio dei Ministri, affidandosi a dirette facebook.

Da queste piazze virtuali, le autorità comunali hanno gridato le proprie ordinanze e hanno urlato contro i comportamenti inopportuni di qualche distratto cittadino. Dei tanti sindaci apparsi sui social, pochi, o nessuno, hanno fornito aiuti concreti e quanto lo hanno fatto hanno burocratizzato la richiesta e utilizzato i bonus governativi.

La pubblica amministrazione anche durante il lockdown ha burocratizzato il bisogno, ignorando una conoscenza storica di ogni luogo: i matti, gli invisibili, gli esclusi non fanno richieste scritte di aiuto.

Le autorità, lo ignorano, scrivevo.

In questo deserto socioassistenziale, tutte le cure sono state delegate o "imposte" al personale sanitario pubblico e ad alcuni operatori coscienziosi del privato-sociale.

Gli esperti dell'informazione, poi, non hanno sprecato un secondo del loro tempo per segnalare la vita darwiniana nei territori di tantissima gente. Le autorità dell'informazione come le autorità istituzionali hanno gestito le paure della popolazione con minacce repressive strillate  e  grida di spavento infettivo. Costoro non hanno inteso che i cittadini hanno lasciato le città vuote, perchè consapevoli dei limiti sanitari, anche se non hanno fatto venir meno l'aiuto silenzioso alle  tante persone, già schiacciate dalla povertà e dai pensieri di angoscia ossessiva.

Sia chiaro, quella istituzionale è stata una storia paradossale, triste e ironica. Triste per aver lasciata la cura a sanitari indeboliti, indifesi e sottopagati e ironica per non aver saputo dotare la popolazione neanche di un minimo di mascherine protettive.

Tanto è accaduto non solo negli ospedali e nelle Residenze Sanitarie Assistite, ma anche nei tantissimi servizi sociosanitari.

Nei servizi psichiatrici territoriali, gli operatori iniziano a raccontare la loro narrazione, quella non detta, non conosciuta.

Rivelano che il mondo dei pazienti psichiatrici, già abitato da ombre inquietanti, è stato invaso dai racconti fobici alimentati da tanti giornalisti e dai tanti virologi, che in modo ossessivo e compulsivo hanno parlato di virus, di contagi e di decessi.  Pochi e coraggiosi operatori sociosanitari, volontari e familiari hanno dovuto contenere le ansie angoscianti dei tanti sofferenti psichici, spaventati da quanto hanno visto e hanno ascoltato nelle piccole, strette abitazioni, da cui sono emerse  le grandi disuguaglianze sociali, nascoste e taciute. In questi spazi angusti, i malati mentali, con i loro tanti caffè e le tante sigarette fumate, hanno messo a dura prova la convivenza con i familiari, quasi tutti anziani. Molti,  riferiscono che la loro sofferenza è stata accentuata dalle agghiaccianti immagini di medici, infermieri e personale sanitario, che hanno lottato negli ospedali per salvare tantissime persone. Questo scenario apocalittico, i residenti nelle comunità psichiatriche e dei centri diurni l'hanno vissuto  con l' acuirsi dei sintomi psicopatologici.

La sofferenza  fobica di microrganismi patogeni, la libertà di vivere nelle proprie abitazione, diventate “prigioni”, l'impotenza di pianificare un proprio progetto di vita e l'affidarsi a forze ignote sono state le determinanti di una nuova condizione psicopatologica, dicono i tanti operatori.

E parlano di  malati psichici che hanno stravolto i loro vissuti quotidiani, colmi di sofferenza e di  altre  paure,  che popolano gli scenari di terrore e abitano le loro menti. “La perdita della libertà, l'impossibilità di costruire la propria  vita, il divieto di uscire di casa sono state le condizioni estreme che li hanno spinto a trovare altre vie d'uscita per fuggire dalla sofferenza insopportabile: il delirio psicotico e il bisogno di affidarsi alle voci dialoganti e offensive  della psicosi”, sostiene lo psichiatra di riferimanto, ma lo esplicitano anche gli operatori e gli stessi  familiari.

Queste sono le storie  ascoltate  e raccolte nei luoghi della salute mentale territoriale.

Con i racconti della sua gente, l'individuo “psichiatrizzato” del terzo millennio segna la storia sociale ed epidemiologica di questa pandemia,  carica di tanta disuguaglianza.

In questi giorni di lockdown, intanto, nei servizi di salute mentale territoriali la vita è diventata diversa,  più umana, anche se l'impegno e il coraggio  di tanti operatori non bastano per respingere il vento della storia della follia  del passato.

Per molti di loro, è difficile immaginare il futuro più umano, libero dall'angoscia dello stigma psichiatrico. Lo dicono senza esitare: “Anche in questo momento di pandemia, lo stigma istituzionale non ha evitato di marchiare a fuoco i tanti sofferenti psichici, le loro famiglie e i numerosi operatori psichiatrici pubblici, che continuano a  camminare nel territorio, per cercare casa per casa il malato mentale. Ma accade che, quando lo trovano, non è mai solo: con lui c'è sempre il disagio socioeconomico”.

L' emergenza sanitaria ha reso evidente  che le comunità politiche, mediche e culturali sono molto in ritardo con i tempi della civiltà e non sempre vogliono  affrettare il cammino sociale per superare i muri mentali  del pregiudizio e dell'abbandono degli ultimi.

Queste condizioni di vita sono note agli operatori della salute mentale, sono storie di vita di ogni giorno, vissuti che si cristallizzano in due luoghi: la città della normalità, protette da mura invalicabili, e le periferie delle marginalità, chiuse da mura insormontabili.

*Sociologo e counselor professionale.

M24A-ET Gargano

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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