IL 25 APRILE 1945? INIZIO’ IL 21 SETTEMBRE DEL 1943, A MATERA, A VIESTE E A NAPOLI CON LE QUATTRO GIORNATE

IL 25 APRILE 1945? INIZIO’ IL 21 SETTEMBRE DEL 1943, A MATERA, A VIESTE E A NAPOLI CON LE QUATTRO GIORNATE

IL 25 APRILE 1945? INIZIO’ IL 21 SETTEMBRE DEL 1943, A MATERA, A VIESTE E A NAPOLI CON LE QUATTRO GIORNATE

di Raffaele Vescera

Nel primo giorno d’autunno del ‘43, Matera esasperata dai soldati dell’esercito occupante che entravano armi spianate nelle case, rovistando nelle ville dei signori e nei sassi dei cafoni, svergognando le donne, e rubando quanto c’era, era insorta contro i tedeschi che, non contenti di depredare, rastrellavano le strade per catturare civili sospetti e soldati profughi da imprigionare nel palazzo della milizia. Durante la rapina in una gioielleria condotta da due soldati della Wehrmacht, sopraggiunsero alcuni militari italiani chiamati per fermarli, i rapinatori reagirono con le armi e nello scontro restarono uccisi. I materani cercarono inutilmente di occultarne i cadaveri per non scatenare rappresaglie, ma più della paura poté la rabbia dei paesani che montava incontenibile, era insurrezione. Emanuele Manicone entrava in una sala da barba per accoltellare un soldato tedesco, ferendolo, poi corse poi in piazza per chiamare i paesani alla guerra contro gli invasori. “Cacciamele, cacciamele” urlavano con lui i lucani, pronti a combattere, come i loro nonni briganti avevano combattuto gli occupanti piemontesi per dieci anni e i loro antenati quelli romani, mentre il sottotenente Nitti disponeva i militari italiani alla difesa distribuendo armi anche ai civili. I tedeschi si scatenarono con le mitragliatrici, sparando contro chiunque avvistassero. Fu guerra per le strade del corso e della piazza e giù per quelle dei sassi, cadevano uomini di qua e di là. Morì un finanziere, accorso con altri a dare manforte, e cadde il coraggioso Manicone, mandato a chiamare rinforzi alla caserma della Guardia di Finanza. Morì un farmacista e morirono altri quattro civili, mentre un pastore era stato ucciso al mattino nelle campagne. I tedeschi, per lasciare la città al buio, occuparono la centrale elettrica uccidendo quattro civili. Ma i materani avanzavano coraggiosamente ricacciando man mano gli invasori. Matera si liberava da sé, i nazisti decisero di abbandonarla, ma non prima di commettere l’ultima azione scellerata. Fecero saltare il palazzo della milizia dov’erano rinchiusi sedici ostaggi. Fu una strage. Nell'esplosione morirono quindici persone, tranne uno, un giovane soldato profugo, il giorno seguente estratto ustionato dalle macerie.

VIESTE 23 SETTEMBRE

Corsero i pescatori incontro ai profughi aiutandoli a sbarcare, nel mare non ci sono confini e neanche forestieri. La ventina di soldati malandati entrò nelle porte aperte dalle donne di casa, e chi dava loro una minestra di fave e chi un bicchiere di vino e chi un abito del marito morto o forse no in guerra. <<Veniamo dalla costa croata, non possiamo restare in paese>> dissero i fuggiaschi, <<abbiamo rifiutato di consegnare le armi ai tedeschi e siamo scappati in tempo di notte, se ci prendono ci fucilano, dobbiamo andare nella terra liberata, raggiungere il comando alleato a Bari, con noi ci sono soldati inglesi evasi da un campo di prigionia tedesco, hanno informazioni importanti da dare sui movimenti delle truppe tedesche nei Balcani>>.
<<Ora è tempo di mangiare e riposarvi per la notte, vi faremo portare a Bari domani all’alba, e prima che il sole monti a mezzogiorno, sarete al comando alleato.>> Disse loro Antonio Gioffreda, che insieme a De Vincienti aveva assunto la direzione dell’operazione di salvataggio dei fuggitivi. Il paese sapeva, il podestà Mafrolla taceva, il maestro Iannoli pure. Procurate barche e marinai, li condussero al porto, imbarcandoli, quelli si sentivano salvi, e salutarono i viestani lacrime agli occhi.
Raccontavano i paesani che ancor di più piansero subito dopo, quando <<Halt, ‘jucculérene i tèdèsche che stévene ammuccete dréte a San Francischke, chiamete da qualche ‘nfeme, forse putéve esse’ ‘nsaccaricotte, “scettete l’arme a mere”, ma i suledèti ‘taliene dicèvène ca no e girarene la varca sott ‘o castidde pe’ Pizzomunne, quanne da drète arrivèrene i ‘pparècchjie vulante pe ‘na croce tédèsche sope a la coda, allora i suledete ‘taliène ce menareno a mere e natanne natanne scèvene sotto a la ripa, e i ‘pparècchjie scennereno abbasce pe’ spara’ pe ‘na mitragliatrice, e accederene a cinche o séjie puveridde de lore>>.
Accorsero altre barche di pescatori, senza curarsi della mitraglia, per recuperare i cinque morti, due soldati italiani, due marinai paesani e un prete, Padre Giulio, dei Cappuccini di Molfetta, mentre i soldati sopravvissuti si rifugiavano nuovamente in paese. I tedeschi setacciavano strade e vicoli per catturarli, senza nulla trovare, chiedevano ai paesani dove fossero fuggiti, quelli li fuorviarono mandandoli sulla strada per la foresta, dicendo loro che là erano scappati, ma le spie fasciste consigliavano di aspettare in paese che lì li avrebbero trovati. Gli occupanti, dopo aver rastrellato case, forni e botteghe, razziando quanto gli serviva per abbuffarsi, s’appostarono sotto la caserma dei carabinieri “sopra la rena” in piazza, sotto la cattedrale e verso il “fosso” chiudendo il paese in una rete da cui nessuno poteva fuggire. Non avevano fatto i conti con l’orgoglio e la rabbia dei viestani.
“Fore i lupe” gridavano i paesani, correndo per le strade del paese in un corteo che s’ingrossava, “fore i lupe”, jucculévene ‘ncazzete, cumpà e ‘uagnune, mascule e fèmmene, quelle stesse che quattro secoli prima, con pentole e randelli, avevano cacciato dal paese i turchi del pirata Dragut, che tagliavano la testa sulla chianca amara, ai maschi del paese. “Fuori i lupi” gridò pure il vecchio giudice, che correre non poteva, seduto nei giardini della piazza con l’anziano Francesco Paolo. La folla di agnelli inferociti che urlando sfidavano i lupi circondò la camionetta dei tedeschi in sosta davanti alla caserma dei carabinieri, i tedeschi spararono per disperderla, prima in aria, poi in basso, colpendo alla schiena e ammazzando il carabiniere Valeri, uscito dalla caserma, mentre il suo giovane commilitone Alò, che assisteva alla scena dal balcone, credendo sotto attacco la caserma, non ci pensò due volte a prendere una bomba a mano e a tirarla sulla camionetta, uccidendo un soldato della Wehrmacht. Gli invasori fuggirono, abbandonarono il paese, ma sarebbero tornati in forze per vendicarsi.
Durante i funerali in piazza dei sei morti ammazzati, fu avvistata una processione interminabile di camionette e carri armati tedeschi che si dirigeva verso il paese, mentre l’assordante rombo degli aerei tuonava minaccioso in cielo. La folla si disperse insieme ai preti, lasciando le bare a terra, prese di mira dagli aerei che mitragliavano i morti in mancanza dei vivi ricercati, i soldati fuggiaschi imbarcati per Bari, chi aveva tirato la bomba sulla camionetta e i capi dei sovversivi, Antonio Gioffreda ed Ernesto De Vincienti, nascosti chissà dove.

NAPOLI 28 SETTEMBRE 1943

<<Stai attento alle strade, i tedeschi rastrellano case e sotterranei, hanno catturato ottomila uomini, renitenti alla chiamata destinandoli ai lager di lavoro. Quelli che ritengono più colpevoli, oppure presi a caso per dare l’esempio, li uccidono. Le esecuzioni avvengono davanti all’università Federico II, la più antica del mondo, cui hanno dato fuoco per punire la nostra grande cultura, al cospetto di una folla piangente di cittadini obbligati, con le pistole puntate contro, ad applaudire la fucilazione dei condannati. Gli altri, in processione li avviano al triste destino. E stai attento al cielo, piovono bombe, gli aerei inglesi arrivano d’improvviso e non ti danno il tempo di nasconderti. il Vesuvio ha ripreso a fumare, per pianto e per rabbia>>, gli dissero. <<Siamo in ballo e balliamo, ho due occhi, uno per guardare a terra e l’altro il cielo. Ho dato la parola a sua eccellenza Del Giudice e non posso mancare>>. Arrivato nel cuore di Napoli dopo un lungo cammino, raggiunse la strada indicata nell’indirizzo ricevuto. Bussò inutilmente alla porta della baronessa e ridiscese quando l’ululo di una sirena mise in subbuglio il quartiere. “Mo’ arrivano, Mo’ arrivano”, travolgendolo gridava un fiume di gente in fuga dalle case per raggiungere i rifugi antiaerei. Seguì la corrente, laggiù sotto le gallerie borboniche, dov’erano ammassati a migliaia i napoletani. Ma l’allarme non era per gli aerei e neanche per l’eruzione del Vesuvio. Era arrivata prima l’eruzione di rabbia dei napoletani. Gli strazianti violini si fecero pietre, i dolci mandolini pistole, le battenti chitarre fucili, le rimbombanti tammorre bombe a mano, i sapienti cantastorie passaparola. Il coraggio passava di bocca in bocca, con la frase prima pronunciata a denti stretti, “Adesso vi facciamo vedere chi sono i napoletani” e poi urlata a squarciagola da impareggiabili tenori. Si scatenavano le donne, per riprendersi mariti e fratelli, lanciavano giù dalle finestre mobili, arnesi, pentole d’acqua bollente, coltelli e quanto potesse colpire i tedeschi. Partirono scugnizzi e sciuscià, dalle Vie Pal uscivano guaglioni di quindici, dodici, e ‘uagliuncelli ‘e sei sett’anni, per riprendersi i padri al grido di currete, currete ‘uaglio’, lanciavano pietre con fionde sui soldati e bombe a mano, trovate chissà dove, contro i carri armati. Sbucando dai nascondigli armati di fucili, arrivarono muti gli uomini per tendere agguati mortali ad ogni angolo di strada. “S’è levato ‘o cappiello”, dicevano i vecchi, parlando del Vulcano che festoso lanciava lapilli per saluto ai figli insorti. Così, per quattro jurnate e quattro nuttate, ommene, fèmmene e criature, assediarono fascisti e tedeschi che sconfitti chiedevano la resa. Napoli si scarcerava da sola, era la prima grande città a farlo, consegnandosi libera agli Alleati, mentre il Vesuvio si placava.

Dal romanzo di Raffaele Vescera “Il Giudice e Mussolini”. Enrico Damiani editore

Raffaele Vescera

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