IL DIRETTORE DELLE OPERAZIONI EMETTE FATTURA

IL DIRETTORE DELLE OPERAZIONI EMETTE FATTURA

IL DIRETTORE DELLE OPERAZIONI EMETTE FATTURA

di Costantina Caruso

Da qualche tempo in Internet viene offerto il lavoro “Direttore delle operazioni” che ha le seguenti caratteristiche: viene svolto 7 gg su 7 per 24h al giorno, non sono riconosciute ferie, non è detto che si riesca a mangiare e le mansioni svolte richiedono mobilità, sempre in piedi e sempre in movimento, le competenze richieste prevedono laurea in medicina, in scienze delle finanze, in scienze pedagogiche e abilità culinarie e il tutto rigorosamente gratis: la ricompensa è la soddisfazione proveniente dalla “assistenza ai soci”. Chi sostiene il colloquio fa domande/osservazioni del tipo: “E’ legale?”, “E’ crudele!”. Il mistero è svelato quando l’head hunter dice che è il lavoro della mamma.

Scandaloso? Eppure è proprio questo il lavoro delle donne quando si dedicano alla cura dei propri cari e alle attività domestiche. E’ un lavoro pesante e impegnativo, svolto senza soluzione di continuità.

Il contesto sociale ed economico è profondamente cambiato negli ultimi 50 anni  e nessuno si scandalizza più del fatto che una donna lavori. Il lavoro femminile extra-domestico è diventato un presupposto della realtà economico-culturale contemporanea, favorito dalle trasformazioni sociali e lavorative che hanno fatto nascere la necessità di un doppio reddito per far fronte alle spese familiari.

Le donne si sono affermate in qualsiasi campo  dimostrando di avere capacità e competenze da vendere e nulla da invidiare ai colleghi uomini. Svolgono gli stessi compiti e ricoprono gli stessi orari. Hanno coraggiosamente e caparbiamente conquistato il lavoro extra-domestico ma senza venire nella sostanza affrancate da quello domestico e di cura della propria famiglia.

Ancora oggi  le donne si ritrovano spesso a dover scegliere tra la famiglia o la carriera, rinunciando ad una meritata crescita professionale a causa delle problematiche relative alla gestione degli impegni domestici e di quelli lavorativi.

È opportuno, allora, chiedersi quali siano i fattori che incidono su questi aspetti ma anche cosa si possa fare per superare gli elementi che ostacolano le pari opportunità relative al genere.

La teoria maggiormente accreditata è la mancata collaborazione della parte maschile della coppia. E in effetti dal Rapporto mamme Italia 2017 si ricava che, nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni, le donne dedicano al lavoro domestico  3 ore e 25 minuti al giorno contro un’ora e 22 minuti degli uomini. Lo stesso vale per il lavoro riservato alla cura dei familiari conviventi, in particolare dei figli fino a 17 anni: 2 ore e 16 minuti al giorno è il tempo impiegato dalle donne contro un’ora e 29 minuti degli uomini. Su un intero anno un uomo può dedicare a sé stesso o alla propria professione 1000 ore in più.

Va favorito un maggiore equilibrio a vantaggio delle donne. Un ottimo punto di partenza è promuovere il cambiamento  iniziando dal proprio nucleo familiare e molto può essere fatto agendo al di fuori di esso. Da alcuni anni l’Unione Europea cerca di favorire una maggiore partecipazione dei padri alla cura dei propri figli attuando misure  basate sulla gender neutrality. Il Portogallo riconosce ai padri 20 giorni di congedo obbligatorio ed esclusivo (e dunque non trasferibile alla mamma);  in Germania la legislazione concede benefit ai genitori che condividono le responsabilità parentali; in Svezia ai genitori spettano 480 giorni di congedo fino al compimento dei nove anni del bambino e nelle prime due settimane dopo la nascita entrambi i genitori possono fruire del congedo per avere la possibilità di accudire il bambino congiuntamente. Tutti gli altri giorni possono essere divisi tra i genitori per permettere sempre a uno dei genitori (padre o madre) di lavorare mentre l’altro rimane a casa con il bambino. Nel resto d’Europa si parla ormai di genitorialità, e non esclusivamente di maternità, favorendo così il cambiamento culturale necessario per far vivere  più serenamente tale importante momento a tutti gli attori: le mamme lavoratrici e i papà lavoratori, gli imprenditori e i datori di lavoro.

Prendersi cura delle nuove generazioni e degli anziani è, comunque, un obbligo per l’intera comunità. La  responsabilità deve essere condivisa tra i membri della famiglia ma deve vedere anche il coinvolgimento di tanti altri soggetti a cominciare dagli enti pubblici che dovrebbero supportare le attività di cura erogando servizi adeguati.

Ad esempio, maggior supporto dovrebbe essere dato dalla scuola: esistono ancora molte scuole che non offrono servizi di mensa; secondo un’indagine IPSOS,  il 67% dei genitori manderebbe il figlio alla mensa se questo servizio fosse disponibile e il 36% delle mamme intervistate ha espressamente segnalato i disagi associati all’assenza della mensa scolastica. Anche la mancanza di servizi sociali  diventa un serio problema e, come riportato dal rapporto Asvis 2017, la carenza di questi servizi e un «insufficiente sostegno alla maternità e paternità fanno sì che il 30% delle madri che hanno un lavoro lo interrompa alla nascita di un figlio».

Vale la pena chiedersi quanto risparmi uno Stato con insufficienti servizi rivolti alla persona e alla famiglia grazie a queste “collaboratrici involontarie del servizio pubblico”.

E’ di qualche settimana fa la notizia che alcune mamme tedesche hanno presentato il conto emettendo fattura, a carico del governo tedesco, per il lavoro domestico fatto durante il lockdown.

Con serietà, precisione e buon senso, hanno calcolato il costo del lavoro prodotto dal 17 marzo al 15 maggio (fase di lockdown in Germania); sono state educatrici, insegnanti, psicologhe, governanti, colf, personal trainer e infermiere, sopperendo  all’assenza dei servizi erogati normalmente dal loro Paese. Il calcolo ha mostrato che, in soli due mesi, ogni donna ha prodotto lavoro per un valore medio di 8.000 euro.

Da questo gesto, del tutto simbolico, è nata una campagna nazionale per rendere visibile il lavoro di cura svolto dalle donne in ambito domestico e familiare. Si chiede che tale enorme carico di lavoro  non debba essere più considerato dovuto e gratuito perché, per svolgerlo, le donne sottraggono tempo a sé stesse e alla propria professione.

A parità di competenze richieste e lavoro svolto, guadagnano meno degli uomini durante la propria intera vita lavorativa sino ad andare in pensione con una somma anche del 50% inferiore a quella incassata dagli uomini. Oltre al danno la beffa: al sopperire con un lavoro faticoso e non riconosciuto alla mancanza di servizi sociali di sostegno alla persona e alla famiglia, corrispondono uno stipendio più basso, mancanza di chance nella progressione di carriera e una pensione inferiore.

L’esperimento condotto in Germania ha provocatoriamente mostrato come sia ingiustamente ignorato il valore economico del lavoro domestico e di cura, in una parola, come sia  ingiustamente ignorato il sacrificio richiesto alle donne senza una corretta contropartita.

Inoltre l’esperimento mette chiaramente in evidenza un altro aspetto importante: quando i servizi sociali vengono a mancare, sono le donne a colmare questa iniqua latitanza dello Stato. Questo spiega quanto segnalato dal rapporto Asvis 2017 quando afferma che, in Italia, il 30% delle madri abbandona il lavoro dopo la nascita di un figlio.

Facciamo un po' di conti in tasca al nostro amato Paese!

Il rapporto della Unione Europea sui livelli di spesa del welfare delle varie nazioni riporta che in Germania la spesa procapite è pari a 11000 euro a fronte di una spesa media italiana di 8200 euro.

In media una donna italiana regala alla propria nazione 2.800 euro di lavoro personale all’anno e,  dato che lo stipendio mensile medio in Italia è pari a 1.300 euro,  ogni donna lavora gratis per oltre due mesi all’anno per uno Stato assente.

Per le donne del Sud la situazione diventa drammatica. Come è ormai ben noto e ribadito da Istituzioni italiane ed europee, l’Italia è una nazione composta da due Paesi mantenuti artificiosamente diversi da normative e misure incomprensibili, spesso anticostituzionali.

La spesa media procapite italiana annua sul welfare è pari a 8200 euro. Se guardiamo più da vicino, il rapporto Istat del 2017 sulla spesa per il welfare locale, cioè quello attuato dai soli Comuni, ci dice che la spesa di cui beneficia mediamente un abitante in un anno è pari a 119 euro a livello nazionale, con differenze territoriali molto ampie; la spesa sociale del Sud è di soli 58 euro  mentre  tocca  il massimo nel Nord-est con 172 euro. Quindi le donne del Sud devono sopperire col proprio lavoro personale all’assenza dei 2/3 di servizi sociali locali di cui, per loro fortuna, dispongono  le donne del Nord-est del Paese.

Che significa questo nel quotidiano? Quelle di noi che possono, chiedono aiuto alla propria famiglia di origine; molte altre devono spendere una grossa fetta del proprio reddito per “comprare” il servizio che il Comune, la Provincia, la Regione, lo Stato non forniscono. Quelle di noi che non hanno una famiglia che può aiutarle o un reddito che permette di acquistare privatamente il servizio, lascia il lavoro.  E chi ha scelto  di dedicarsi completamente alla propria famiglia paga comunque tutti i disservizi esistenti.

Un disservizio non è semplicemente una mancata integrazione stipendiale o una maggiore flessibilità lavorativa ma è anche la difficoltà nello spostarsi con i propri figli (siete mai saliti con un passeggino su un mezzo pubblico con gradini all’ingresso?), avere asili e servizi scolastici che li prendano sin dal terzo mese di vita, che siano flessibili negli orari di ingresso ed uscita, aperti almeno per 12 ore al giorno, che prevedano un trasporto ad hoc casa-scuola al fine di sollevare i genitori da queste incombenze, avere scuole con mense scolastiche per garantire il tempo pieno (pressoché inesistente al Sud), disporre di un servizio pubblico di assistenza e cura per le emergenze e gli imprevisti (sapete che le mamme non possono ammalarsi?), e la lista potrebbe allungarsi.

Il Goal 5  per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 riguarda la parità di genere;  il target 5.4     identifica come prioritario il “Riconoscere e valorizzare il lavoro di cura e il lavoro domestico non retribuiti tramite la fornitura di servizi pubblici, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione della responsabilità condivisa all’interno del nucleo familiare, secondo le caratteristiche nazionali”.

Da quanto vediamo l’Italia è decisamente lontana da questo obiettivo, in particolare al Sud.

Eppure il nostro è il Paese delle mamme migliori del mondo, dove la festa della mamma è un proliferare di cuori, regali e felicitazioni ma, a parte la gioia di ricevere gli auguri dai miei figli e di farli a mia madre, per il resto mi sento francamente presa per i fondelli.

Costantina Caruso

Direttore delle operazioni

 

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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