IL MODO POLITICO DI COMUNICARE DI CHI CONTROLLA LA SANITÀ

IL MODO POLITICO DI COMUNICARE DI CHI CONTROLLA LA SANITÀ

IL MODO POLITICO DI COMUNICARE DI CHI CONTROLLA LA SANITÀ

di Matteo Notarangelo*

L’organizzazione sanitaria resta invariata, nonostante i tanti contagi e decessi. A un anno dal divampare della pandemia, si vive in una lunga e insopportabile emergenza sanitaria. La medicina territoriale pubblica continua a mostrare la sua fragilità, dovuta allo sfilacciarsi e alla scomparsa dei servizi sanitari di comunità. Gli esperti annunciano la “terza ondata” pandemica, che porterà ancora timori e lutti nelle case degli italiani.

La curva dei contagi è già preoccupante e i servizi culturali e scolastici indugiano ad aprirsi al pubblico, mentre le attività socioeconomiche continuano a essere ridotte o sospese. In questo scenario sanitario, le autorità di governo evidenziano la carenza di medici e di infermieri. E questo succede da oltre un ventennio. Sembra di vivere dentro una incredibile rappresentazione teatrale di Samuel Baeclay Beckett. Sul palcoscenico e dietro le quinte, ci sono pochi personaggi, che aspettano o si parlano a distanza. Sono loro, quelli che hanno spogliato i territori dei servizi ospedalieri e di molti poliambulatori. È il teatro dell’assurdo.

A questa gente, si potrebbe dire che questo tempo di contagi ha messo in crisi la città tradizionale e la sua organizzazione sanitaria per ricostruire una diversa città con tanto assistenzialismo caritatevole e clientelare e meno servizi curativi territoriali. È questa l’angoscia dell’assurdo esistenziale, provocata dal vivere nella società saccheggiata da una classe politica chiacchierata, alienata e chiusa alla comunicazione democratica. In queste città autistiche, non dialoganti, la conseguenza della mala politica è che la gente resta reclusa nelle proprie abitazioni, privata della cura di qualità e lusingata dalla manipolazione mediatica. E succede che gli anziani e meno anziani continuano a invadere le terapie intensive, mentre l’isolamento e la solitudine di tante persone diventano cause delle morti taciute. Nessuno ne parla dei tanti decessi, nessuno dice a quale ceto sociale appartengano i tanti deceduti. Sono e restano numeri, vittime, forse, di trascuratezza e mancate cure.

Tacere
I silenzi sono sempre preoccupanti e muovono dall'interpretazione che gli individui danno al loro mondo sociale. In realtà, al di là della narrazione sociale delle maldestre cure, i silenzi diventano inquietanti quando un Parlamento, distratto dalla geometria del potere personale o di gruppo, normalizza la “strage degli innocenti”, provocata da una pandemia male gestita. Per i demiurghi dei gruppi parlamentari, tacere è il modo migliore per restare immobili, conservare i privilegi di “casta” e gli ordinamenti giuridici di una sanità privata, inefficace, sbagliata, disumanizzata. Tanto, per loro, il tragico momento passerà. A costoro, poco importa parlare di una scuola, colpevole quanto loro, riconsegnata ai sultani e ai baroni, che difendono i loro privilegi e consolidano il numero chiuso alle facoltà sanitarie universitarie, privando l’umanità di tante risorse umane. Sentire declamare la carenza di personale sanitario da chi ha voluto svuotare di valore i titoli di studio e imporre un escludente e classista sistema universitario, è incredibile, irragionevole e delittuoso. Sarebbe interessante, invece, conoscere la loro idea relativa alla stratificazione sociale dei nuovi medici e infermieri, ma anche quella dei tanti morti per Covid, in modo da comprendere gli squilibri sociali determinati dal loro diritto alla formazione e alla cura, entrambi impoveriti. Ma questa è un’altra storia. La storia sociale di oggi è mostrare il modo politico di comunicare di chi controlla la sanità e la relativa informazione, che diventano cause di malessere e di disorientamento sociale. Nel mondo incantato dell’informazione pandemica, troneggiano il Leviatano, lo Stato, il sistema politico dominante, il potere finanziario, spesso legati al malgoverno. Questi spaventosi poteri non hanno alcuna intenzione di cambiare la inadeguata legislazione sanitaria, scolastica e universitaria. A loro e alla loro informazione, ognuno si affida, anche le stesse vittime. Questa gente, sconvolta dalla paura del virus che assedia l’esistenza umana, si consegna a ogni potere. Pur sapendo che gran parte del disastro sanitario e sociale è la conseguenza del deserto sanitario voluto e pianificato da loro, l'individuo-vittima accetta e giustifica il potere-carnefice e il sistema politico-finanziario, garanti dello status quo, ossia di quel modello sociosanitario causa di tanta mala sanità, donato a un indefinito privato mercantile. Gli individui, lusingati e manipolati, non sempre sono consapevoli di tale condizionamento "informativo", che corrisponde a forme di pensiero e credenze che diventano verità indiscusse.

Fraintendere
Gestire l'informazione è gestire la pandemia. Gestire la notizia è gestire il mondo dove si struttura il potere, il profitto, il controllo sociale. Manipolare la comunicazione è essenziale a consolidare il consenso politico attraverso l’uso della paura, dovuta all’incubo di una persistente emergenza sanitaria. Anche nel pericolo, non c’è un parlare istituzionale chiaro, è quasi sempre paradossale, per non svelare le dinamiche e i retri pensieri di chi controlla la vita di milioni di persone. Nelle città e nelle periferie dello Stato, durante i lockdown i servizi di diagnosi e di cura pubblici restano chiusi o inesistenti e nonostante la gravità nessuno annuncia una modifica della loro organizzazione sanitaria. In tutto ciò, che pare assurdo, c’è una logica: la tutela della sanità privata. Le persone, con o senza virus, non ricevano alcuna assistenza, perché, prima di essere malati, sono e devono restare consumatori, anche di beni sanitari. Gli Hotel Covid e le Unità Speciali di Continuità Assistenziali, pertanto, devono essere poche e, spesso, mal organizzate. E poi, a chi interessano, se non alle classi popolari! A tal proposito, i messaggi istituzionali pubblicizzati devono essere fraintesi. L’incomprensione non è casuale. Il disorientamento è prodotto da una narrazione errata per creare nuove visioni e prospettive, soprattutto nei ceti sociali poco istruiti. Tanto accade nelle città già complesse, abitate da persone in carne e ossa, che vivono i tanti disagi della vita quotidiana. Dopo tanti mesi di inquietudine per un futuro minaccioso, si avverte il bisogno sociale di condividere una informazione corretta, capace di aprire nuovi orizzonti sanitari, economici per strutturare una diversa organizzazione dei sistemi sociali, più confacenti ai modelli di vita contemporanei. L’emergenza sanitaria impone, perciò, la sua ragione all’ “uomo nuovo”, che sappia umanizzare la vita e equilibrare la logica del profitto. Ma chi è "l'uomo nuovo" se non una frazione della stessa classe dirigente?

La malattia
È evidente, la malattia e la salute hanno un doppio significato: politico e sociale. Con la pandemia, la cura ha acquisito un significato economico. Sfatiamo il senso comune, la malattia e la cura non sono dovute al caso. Per verificare la veridicità di questa affermazione, si può osservare quanto è accaduto tra il malato, l'organizzazione sanitaria e il professionista della salute. Quello che emerge e preoccupa sono i ruoli del medico, del paziente e del politico. Lo studio sociologico dell'esercizio della medicina territoriale e ospedaliera dimostra non solo la razzia praticata in trent'anni di mala politica sanitaria, ma anche i tanti silenzi di studi epidemiologici che non raccontano le mancate cure ai malati di covid, già dimenticati. Nessuno di questi tecnici ha disegnato un servizio sanitario inclusivo e umanizzato, che tutt’oggi sappia curare la persona in quanto tale. Questo tempo, ormai, è sempre più caratterizzato da un "cittadino" medicalizzato, sempre più definito in termini di costi pubblici e privati. Restare dentro i confini della medicina e della malattia è accettare la privatizzazione della cura e la centralità dell'ospedale come fabbrica di guarigione. Tale mutamento è in atto e viene supportato dal silenzio, dall'oblio del "vecchio" servizio sanitario nazionale, approvato dal Parlamento alla fine degli anni Settanta.
Un racconto, questo, di una pandemia edulcorata da tanta mala informazione.

*Sociologo e counselor professionale.

Michele Dipace

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