IL RAPPORTO TRA GARIBALDI E LA GRAN BRETAGNA NELL’AGGRESSIONE DELLE DUE SICILIE

IL RAPPORTO TRA GARIBALDI E LA GRAN BRETAGNA NELL’AGGRESSIONE DELLE DUE SICILIE

IL RAPPORTO TRA GARIBALDI E LA GRAN BRETAGNA NELL’AGGRESSIONE DELLE DUE SICILIE

IL RAPPORTO TRA GARIBALDI E LA GRAN BRETAGNA NELL’AGGRESSIONE DELLE DUE SICILIE

di Michele Eugenio Di Carlo

Giuseppe Garibaldi è ancora ricordato in tutta Italia con lapidi, statue, intitolazioni di vie e di piazze, ma pochi conoscono lo stretto legame che lo legava alla Gran Bretagna. Una Gran Bretagna che aveva forti interessi politici e commerciali da difendere nel Mediterraneo e che non si era mai fidata di Ferdinando II di Borbone scatenandogli contro una spietata campagna denigratoria, i cui effetti persistono ancora oggi nei testi di storici assurdamente ancorati ad una storiografia ufficiale liberale sabauda.
L’idea di preparare una invasione militare in Sicilia non era stata di Garibaldi. In una lettera del 5 maggio ad Agostino Bertani, pubblicata l’8 maggio 1860 sul “Pungolo”, è stato lo stesso Garibaldi a renderlo noto .
Anche per Camillo Benso di Cavour non era il momento propizio per sostenere i moti siciliani e impegnarsi nell’organizzazione di una spedizione militare in Sicilia.

Pietro Pastorelli, professore emerito di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza” e presidente della Commissione del Ministero degli Esteri per la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani, dopo aver consultato l’ultima edizione completa dei Carteggi di Cavour e i documenti editi dagli archivi inglesi, francesi, e prussiani, non ha lasciato alcun dubbio sul fatto che sia stato il Regno Unito ad incoraggiare e sostenere l’azione militare in Sicilia.
Le critiche della Gran Bretagna al trattato franco-sardo del 24 marzo erano note, l’annessione della Savoia e di Nizza alla Francia aveva raggelato i rapporti tra Londra e Parigi e indotto il Governo inglese ad emettere un giudizio di totale inaffidabilità sul Conte di Cavour. Il pericolo che si potessero riaprire le porte d’Oriente alla Russia a cui il Regno delle Due Sicilie era particolarmente legato e che la Francia potesse allargare la sua influenza anche in Italia meridionale, mettevano in discussione l’egemonia economica e commerciale della Gran Bretagna nel Mediterraneo.
Già il 5 aprile Cavour, sospettando l’azione inglese nell’insurrezione di Palermo, contattava telegraficamente Massimo d’Azeglio, ambasciatore a Londra, affinché indagasse su un’ eventualità del genere. Qualche giorno dopo d’Azeglio, sempre in contatto con il Primo Ministro inglese Palmerston, riferiva al Conte che l’atteggiamento di sfiducia nei suoi riguardi non era affatto mutato e che ulteriori altre annessioni italiane favorite dalla Francia non sarebbero state accettate dall’Inghilterra .
Pastorelli deduce dai comportamenti la linea seguita dagli inglesi; una linea che si risolse nel sostenere con un accordo segreto l’operazione militare di Garibaldi nel sud Italia senza nemmeno contattare il Primo Ministro sabaudo di cui Palmerston non si fidava. Naturalmente, il sostegno a Garibaldi doveva essere negato anche di fronte all’evidenza per evitare reazioni di Francia, Austria, Russia e Prussia .
Il 30 aprile, il ministro degli Esteri Russel trasmetteva all’ambasciatore Hudson le istruzioni sulla linea politica che il Governo torinese avrebbe dovuto seguire per andare incontro agli interessi inglesi. Londra desiderava il non intervento di Torino nelle questioni riguardanti il Regno delle Due Sicilie, perché convinta che un intervento diretto del Piemonte avrebbe comportato l’intervento armato dell’Austria e per reazione quello della Francia a difesa di Torino. Un’eventualità del genere avrebbe comportato l’ulteriore cessione di territori italiani alla Francia (Liguria o Sardegna) e uno squilibrio nella prevalenza inglese del Mediterraneo. Questa la ragione precisa per cui l’Inghilterra si apprestava a sostenere l’impresa azzardata e “piratesca” di Garibaldi .

Ed era questo anche il motivo per cui Garibaldi cambiava diplomaticamente atteggiamento nei riguardi di Cavour, dopo la frattura dei loro rapporti seguita alla cessione di Nizza.
Anche lo storico Giuseppe Galasso ha apprezzato il comportamento opportunistico di Garibaldi in quel frangente, scrivendo che aveva «lucidamente inteso le condizioni» che potevano agevolare la sua impresa, mantenendo a ogni costo «il rapporto con Torino, per averne l’appoggio diplomatico e militare». Ma tradendo i suoi ideali, in quanto era costretto a dimostrare «di non procedere nel Mezzogiorno ad alcuna sovversione dell’ordine sociale, garantendo insieme l’opinione pubblica europea e la borghesia meridionale» .
Garibaldi, temendo impedimenti e ostacoli, vince la forte inimicizia e scrive a Cavour un messaggio per coinvolgerlo nell’impresa. Convocato il 2 maggio a Bologna, incontra Vittorio Emanuele II e Cavour, illustra i piani dell’impresa, conferma l’appoggio inglese, riceve l’approvazione sotto copertura del Re e del Primo Ministro . In effetti, Cavour si convince proprio a causa del sostegno inglese.
Lo storico Eugenio Di Rienzo, accademico esperto, direttore della “Nuova Rivista Storica”, noto docente di Storia Moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma, riprendendo una lettera di Massimo d’Azeglio all’ammiraglio Carlo Pellion , conte di Persano, riporta alla luce che il vero piano affidato da Cavour all’ammiraglio era quello di condurre «una guerra non dichiarata, sotto neutralità apparente, contro Francesco II». Da quanto riportato si evince chiaramente dalle sue stesse parole che il Conte sosteneva un’azione illegale, contro il diritto internazionale, temendone le ripercussioni a livello europeo. Quindi, il compito di Persano non era quello dichiarato di avversare il progetto, ma di fornire assistenza a Garibaldi e a tutte le spedizioni successive di uomini e di mezzi, ponendo tutti gli impedimenti possibili alla reazione della flotta borbonica, anche al costo di continuare a corrompere gli ufficiali napoletani favorendone il trasferimento sotto le insegne della Marina dei Savoia .
Scrive il legittimista Giacinto de’ Sivo, evidentemente in possesso di documenti di prima mano sull’azione di Cavour:

« … si son trovate e stampate lettere di suo pugno nunzianti i fatti principali, e incitanti a far presto […] ipocrita istigatore di guerra civile cui fingeva di deplorare, accennava a italianità, quasi non fossero italiani i combattenti pel diritto. Per esso erano italiani e compatrioti i ribelli, i traditori e i codardi che gli vendevano la patria… ».

È lo stesso Garibaldi, nelle sue "Memorie", a descrivere l’approdo a Marsala dell'11 maggio 1860:

«… la presenza di due legni da guerra Inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci; e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera d’Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; ed io, beniamino di codesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto».

Colpisce profondamente constatare che «l’eroe dei due mondi», il rivoluzionario Garibaldi, si riteneva «beniamino» di coloro i quali avevano issato in mezzo mondo la bandiera di quella Gran Bretagna che era ritenuta la più grande potenza coloniale e imperialistica al mondo, che solo da qualche anno aveva abolito lo schiavismo e il traffico di carne umana, che non esitava a passare per le armi i suoi nemici interni e esterni, che manteneva in condizioni di estrema povertà le classi proletarie, che permetteva che milioni di suoi sudditi emigrassero per la fame, che aveva un sistema carcerario tra i peggiori al mondo. Destava allora, e desta ancora oggi, scalpore, che chi progettava di unificare l’Italia dal gioco straniero si affidava pienamente alla Gran Bretagna nel tentativo di sopraffare una legittima monarchia perfettamente italiana.
Naturalmente, Garibaldi non poteva andare oltre le semplici dichiarazioni di affezione, amicizia, simpatia e rivelare chiaramente quale fosse stato il ruolo degli inglesi nella spedizione.
In realtà, come spiega ancora Di Rienzo, la presenza della flotta inglese non solo nel mare di Sicilia, era vista come una minaccia concreta sia dagli ufficiali della Marina napoletana sia da Francesco II. Sicuramente la decisione di approdare a Marsala era stata concordata da Garibaldi con i referenti del Governo inglese .
Il 4 marzo 1861, quando l’Italia stava per essere unificata, il deputato John Pope Hennessy riaccendeva la discussione e contestava al Governo inglese di aver interferito nella vittoriosa impresa garibaldina, sostenendola militarmente, finanziariamente e diplomaticamente, mentre ufficialmente sosteneva ipocritamente la linea del non intervento negli affari italiani. Secondo Pope le due navi della flotta inglese erano presenti nella rada del porto di Marsala col preciso compito di fornire il supporto necessario ad assicurare lo sbarco a Marsala degli uomini in camicia rossa .
Pochi erano i dubbi sul coinvolgimento inglese nella conquista militare del Regno delle Due Sicilie; dubbi che si affievolirono del tutto quando lo stesso Pope rese nota la lettera con cui Vittorio Emanuele II aveva ringraziato il Governo inglese .
È lo stesso Eugenio Di Rienzo a rendere infine i dovuti meriti al prezioso lavoro di ricerca degli studiosi revisionisti non accademici:
«Che la longa manus del ministero whig abbia potentemente contribuito (soprattutto ma non soltanto con un supporto economico) al successo della “liberazione del Mezzogiorno” è un’ipotesi che la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filoborbonica ».
Come non concordare con l’illustre storico, considerate le amarezze che anche lo scrivente è costretto a subire?

 

BIBLIOGRAFIA

  • La lettera di Garibaldi è stata ripubblicata in Cronache dell’unità d’Italia, a cura di Andrea AVETO, cit., pp. 148-149.
  • Piero PASTORELLI, 17 marzo 1861. L’Inghilterra e l’unità d’Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, pp. 69 -70, pp. 70-72, pp. 73-74.
  • Giuseppe GALASSO, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale (1815-1860), Torino, UTET, 2007, p. 765.
  • Diario privato politico-militare dell’ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, Firenze -Torino, Civelli - Arnaldi, 1869-1871. 4 voll., I, pp. 15-19.
  • Eugenio DI RIENZO, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee 1830-1861, cit., pp.142-143, p.154, pp.156-157.
  • Giacinto DE’ SIVO, Storia delle Due Sicilie, vol. II, Napoli, Grimaldi § C. Editori,2016, p. 47.
  • Le memorie di Garibaldi, Bologna, Cappelli, 1932, vol. II dell’Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, pp. 422-423; si veda P. PASTORELLI, 17 marzo 1861. L’Inghilterra e l’unità d’Italia, cit., pp. 63-64.
Michele Eugenio Di Carlo

Michele Eugenio Di Carlo

Leave a Reply

Close
Close

Please enter your username or email address. You will receive a link to create a new password via email.

Close

Close