Il REM (Reddito di Emergenza) e le questioni sociali.

Il REM (Reddito di Emergenza) e le questioni sociali.

Il REM (Reddito di Emergenza) e le questioni sociali.

(di Paolo Mandoliti – Componente Gruppo di Studio Tematico Economia – M24A –ET)

Nel pezzo di ieri (da leggere qui https://movimento24agosto.it/interventi-spot-da-parte-del-governo/) mi sono occupato dell’articolo 183 (il “bonus vacanze” del cosiddetto Decreto Rilancio, dandone un giudizio negativo sulla base di due parametri:

  1. Non genera ulteriore ricchezza;
  2. Non interesserà tutto il settore turistico, ma soltanto chi potrà contare sulle economie di scala (meno di un terzo delle imprese operanti nel settore

Secondo la mia opinione, per eliminare le iniquità sopra menzionate, sarebbe stato più utile dotare i destinatari (le famiglie) di un voucher (anche divisibile, come il voucher per gli insegnanti) da poter liberamente spendere nel settore Leisure in Italia (e quindi estendendo la platea ai piccoli B&B, agli stabilimenti balneari, ai parchi acquatici, ai musei, ecc.).

Oggi mi occuperò dell’art. 87 del “decreto rilancio”, quello che riguarda il cosiddetto “reddito di emergenza” contrassegnato con l’acronimo di REM, esprimendo al riguardo un giudizio positivo per una serie di considerazioni, soprattutto di ordine organizzativo.

Nel Decreto, il reddito di emergenza, è definito come una “misura di sostegno al reddito per i nuclei familiari in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”. E stavolta non posso che essere d’accordo, innanzitutto perchè immette vera liquidità nel sistema (poco meno di un miliardo di euro, la portata massima della misura) a differenza, appunto, del “bonus vacanze”.

Se andiamo a guardare i requisiti, anche qui sono d’accordo con la platea dei potenziali beneficiari: il REM, nei fatti, è destinato a coloro che in un altro articolo ho definito “gli invisibili”, ovvero i tanti, troppi, lavoratori in nero, anche ai margini della legalità, che durante l’emergenza COVID 19 non hanno avuto alcun ristoro da parte dello Stato, tranne che per i cosiddetti “buoni spesa”, ovvero i 400 milioni di euro che la Protezione Civile ha, in base a parametri discutibili, suddiviso tra tutti i comuni italiani, e che, a loro volta, spesso con criteri altrettanto molto discutibili, gli stessi comuni hanno suddiviso tra i destinatari.

Misura che si è rivelata totalmente inefficace, stante l’eterogeneità con cui, appunto, i comuni hanno inteso suddividere quanto loro assegnato, e spesso, in base a parametri fiscali relativi alla situazione reddituale del 2018, spesso includendo anche chi percepisce un sostegno al reddito come il reddito o la pensione di cittadinanza, spesso escludendo invece chi percepisce l’assegno di invalidità. Tutte inefficienze che hanno portato, nella maggioranza dei casi, un ristoro di poco più di 200 euro a famiglia (tranne casi di eccellenza, come Lamezia Terme, che ha tenuto conto invece di un parametro fondamentale, la spesa media familiare mensile riferita allo stesso periodo dell’anno precedente).

Voglio sottolineare, ancora, nel caso dei “buoni spesa” di Aprile, la totale inconcludenza di un organo, l’ANCI, che, emanando delle linee guida per la sua gestione indirizzate ai Comuni, ha intorbidato le acque ancor di più, con il risultato di indirizzare i comuni verso soluzioni ancora di più ingarbugliate, tant’è che abbiamo avuto il record di 7904 bandi diversi su 7904 comuni italiani! Non c’è che dire. Era meglio che l’ANCI non emanasse alcune linee guida!

Con il Decreto Rilancio, il Governo, resosi sicuramente conto di tutto ciò, ha, innanzitutto, “esonerato” l’ANCI ed i Comuni dal “gravoso compito” di elaborare kafkiani bandi e ha deciso di riprendere in mano la situazione, con l’opzione più logica: affidare il tutto all’INPS, l’istituto che, oggi, in Italia, ha una completa conoscenza, meglio di chiunque altro, della situazione reddituale di tutti noi.

Ma, nell’articolo 87 si fa di più (anche se in verità le intenzioni del governo sui “buoni spesa” erano simili a quelle odierne): specifica in maniera inoppugnabile i requisiti per l’assegnazione, escludendo, a priori:

  1. Le famiglie che hanno beneficiato di una delle indennità previste dal Decreto Cura Italia di Marzo (come il bonus partite IVA e CIG in deroga);
  2. Le famiglie al cui interno si trovi un titolare di pensione diretta o indiretta (tranne l’assegno ordinario di invalidità);
  3. Il REM è incompatibile con il Reddito (o pensione) di cittadinanza.

Così concepito, appare chiaro l’intento del governo di dare ristoro a chi, effettivamente, durante l’emergenza Covid 19, non ha prodotto un reddito, rivolgendosi, quindi, a quella platea di invisibili che comprende i circa 2 milioni di lavoratrici domestiche senza contratti, irregolari e senza ammortizzatori sociali, i parasubordinati esclusi dal bonus 600 euro, in generale quelli che vagolano come falene intermittenti che appaiono e scompaiono, quelli costretti da un sistema sociale iniquo a virare al nero, quelli esposti ai ricatti di un’economia “non osservata” che l’Istat valuta in 211 miliardi di euro (il 12% del PIL), quell’economia sommersa che fa comunque parte del sistema e lo tiene in piedi. Tutto ciò con la crisi Covid 19 riemerge e lo fa (lo ha fatto a fine marzo, inizi aprile con alcuni episodi di “assalto ai supermercati”) in tutta la sua disperazione.

Un giudizio, per il momento, positivo quindi quello che mi sento di dare al reddito di emergenza, con alcuni interrogativi finali.

  1. Poco meno di 1 miliardo di euro sono sufficienti a garantire un ristoro per una platea che si aggira sui 3 milioni? Secondo me no (ed infatti a beneficiarne saranno massimo 800 mila famiglie).
  2. Risolve un problema sociale? Momentaneamente (per il momento limitato ai mesi di giugno e luglio) e parzialmente (insufficienza delle risorse, appunto – repetita iuvant), poiché il “dopo” (agosto – gennaio 2021 è ancora emergenza) è ignoto per tutti.

 

Michele Dipace

Michele Di Pace

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