Il rischio povertà al Sud e le politiche coloniali dello Stato italiano

Il rischio povertà al Sud e le politiche coloniali dello Stato italiano

Il rischio povertà al Sud e le politiche coloniali dello Stato italiano

Roberto Cantoni – Referente M24A-ET Spagna

Uno spettro di aggira per l’Europa: lo spettro della povertà. A guardare meglio, in realtà, non si aggira per tutta l’Europa, ma soltanto per alcune sue aree ben specifiche: segnatamente, il Sud Italia. La notizia è assurta agli onori – o meglio, ai disonori - di cronaca in luglio, in seguito alla pubblicazione del Rapporto 2020 dell’Eurostat. Da tale rapporto risulta che, nella poco onorevole classifica delle zone UE col maggior tasso di popolazione a rischio di povertà, la Campania occupa il gradino più alto del podio, con un 41,4%, seguita dalla Sicilia (40,7%) e, in ottava posizione, dalla Calabria (32,7%). Aggiungendo al rischio-povertà anche il dato sul rischio di esclusione sociale, la Campania arrivava al 53,6%, mentre la Sicilia al 51,6%). Cioè, oltre metà della popolazione delle due regioni.

Come spiega il rapporto, “Il numero o la quota di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale combina tre criteri distinti che coprono le persone che si trovano in almeno una delle seguenti situazioni:

- a rischio di povertà - persone con un reddito disponibile mediano equivalente[1] (dopo i trasferimenti sociali) al di sotto della soglia di rischio di povertà;

- persone che soffrono di gravi privazioni materiali - persone che non possono permettersi almeno quattro su nove oggetti materiali considerati desiderabili (o addirittura necessari) dalla maggior parte delle persone per avere una qualità di vita adeguata;

- persone che vivono in una famiglia a bassissima intensità di lavoro, dove gli adulti in età lavorativa non hanno lavorato più del 20% del loro potenziale totale nei 12 mesi precedenti.”

Questo dato va considerato insieme a quello sulla disoccupazione di lungo-termine, endemica delle nostre zone, tutte caratterizzate da percentuali superiori al 50%. Tuttavia, se si vanno a scorporare i dati sulle fasce d’età, si vede che la disoccupazione giovanile è una vera e propria piaga nel Meridione, con tutte le regioni con tassi superiori al 25%, cioè un giovane su quattro (al di sopra dell’Umbria, soltanto il Piemonte è nelle stesse condizioni in Italia). Altro dato interessante riguarda le famiglie a bassissima intensità di lavoro: la Sicilia, per dirne una, ha una percentuale quasi otto volte maggiore della provincia di Bolzano. E, almeno in teoria, sarebbero parte dello stesso paese. Idem per il PIL pro-capite, con tutte le regioni del Sud caratterizzate da PIL di oltre il 25% al di sotto della media europea (con la parziale eccezione dell’Abruzzo, tra il 10 e il 25%). In tutte le regioni del Nord, al contrario, il PIL pro-capite è pari o superiore alla media europea. E ancora: tra il 2008 e il 2018, una delle regioni con la maggior crescita del numero di lavoratori nel settore scientifico-tecnologico è stata la Lombardia (+300.000 unità), mentre la Calabria è stata una delle otto regioni europee in cui i lavoratori in questi settori sono diminuiti.

Ora, l’Unione Europea è piuttosto prodiga di fondi per le regioni in condizioni socioeconomiche disagiate, e ha una politica di coesione territoriale ben definita, che porta avanti con serietà. È evidente, quindi, che il problema è più a valle: al livello nazionale. Certo, c’è da dire che, se il Sud fosse uno stato a sé, avrebbe diritto, oltre ai fondi strutturali che ricevono tutti i paesi membri, anche al Fondo di coesione, che finanzia progetti nei paesi in cui il reddito nazionale lordo (RNL) pro-capite è inferiore al 90% della media dell’UE. Il paradosso è che il contributo del Centro-Nord al RNL rende l’Italia un pese relativamente agiato, almeno per le statistiche. È come la storia dei polli di Trilussa: quella secondo cui, se una persona ha due polli e un’altra nessuno, per la statistica hanno un pollo a testa, e quindi stanno relativamente bene. La media nazionale finisce per sfavorire il Sud, che invece, secondo la maggior parte dei parametri socioeconomici, è in condizioni simili a Bulgaria, Romania e repubbliche baltiche.

Al livello europeo, purtroppo, fino a poco fa si è dato per scontato che il governo italiano si adoperasse nella funzione di ridistribuzione dei fondi nazionali, nel senso di favorire la perequazione. Ciò non avviene, e se ne sono accorti recentemente anche a Bruxelles, (qui un intervento del referente per la Lombardia di M24A-ET Massimo Mastruzzo in proposito) dove la Commissione ha minacciato l’Italia di tagli ai fondi strutturali in mancanza di un intervento massiccio al Sud, usando però la spesa pubblica nazionale, e non i fondi europei, che – ha ricordato la Commissione – sono aggregativi, non sostitutivi di quelli nazionali. Ricordiamo, tra l’altro, che l’Eurispes nel suo rapporto 2020 ha certificato la sottrazione al Sud di 840 miliardi di euro in 17 anni. 840 miliardi di euro: cioè oltre 49 miliardi di euro all’anno. Soldi che sono andati indebitamente al Centro-Nord.

C’è quindi un problema spaventoso di gestione della spesa pubblica: ed è un problema che genera i dati illustrati nel rapporto della Commissione Europea. Il Sud è trattato dal governo nazionale come un territorio coloniale, sotto qualunque punto di vista. I paralleli con le colonie africane di Francia e Regno Unito del XX secolo sono illuminanti e calzanti. Dobbiamo, da meridionali, prenderne coscienza e agire di conseguenza, decolonizzandoci prima mentalmente e poi economicamente. Occorre agire nei confronti dello Stato italiano facendo perno sull’unico parametro cui è sensibile: i fondi europei. Per farlo, abbiamo però bisogno dell’aiuto di un organismo che abbia più potere coercitivo dell’Italia: l’Unione Europea. Forse chiedere ai meridionali di vedere la Commissione europea come un’istituzione amica è eccessivo, ma sicuramente, pur con tutte le sue tare, lo è di più del governo italiano degli ultimi decenni. Per questo motivo credo che, come Movimento, dovremmo fare pressione perché la Commissione passi dalle parole ai fatti nei suoi procedimenti contro lo Stato italiano, obbligandolo a capovolgere la politica coloniale seguita finora, e a restituire al Sud almeno il maltolto degli ultimi 17 anni. Finché ciò non avverrà, potranno continuare a eleggere presidenti della repubblica meridionali, ma la sostanza della nostra subalternità socioeconomica non cambierà.

  1. Il reddito disponibile delle famiglie è determinato sommando tutti i redditi monetari (a prescindere dalla fonte da cui siano percepiti, compresi i redditi da lavoro, gli investimenti e le prestazioni sociali) di ciascun componente della famiglia ai redditi percepiti a livello di famiglia e detraendo le imposte e i contributi sociali versati.
Michele Dipace

Michele Di Pace

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