ILVA E PANDEMIA

ILVA E PANDEMIA

ILVA E PANDEMIA

 

Sulla base del DPCM del 22 marzo che sospende le attività produttive, industriali e commerciali del
Paese per contrastare l’emergenza Covid-19, alla lettera G è riportato quanto segue:
“sono consentite le attività degli impianti a ciclo produttivo continuo, previa comunicazione al
Prefetto della provincia ove è ubicata l’attività produttiva, dalla cui interruzione derivi un grave
pregiudizio all’impianto stesso o un pericolo di incidenti. Il Prefetto può sospendere le predette
attività qualora ritenga che non sussistano le condizioni di cui al periodo precedente. Fino
all’adozione dei provvedimenti di sospensione dell’attività, essa è legittimamente esercitata sulla
base della dichiarazione resa.”
Questo significa che, nel caso specifico di ILVA, è stata la stessa azienda a poter decidere di
continuare l’attività produttiva semplicemente con l’invio di una lettera di comunicazione del
proseguimento dell’attività al Prefetto.
Bene, la direzione di Arcelor Mittal ha probabilmente sottovalutato il rischio da contagio da Covid-
19, non considerando che gli operai potrebbero essere a stretto contatto tra loro, soprattutto
negli spogliatoi e nei refettori (e probabilmente senza le idonee tutele). Infatti il primo caso di
positività al Covid 19 arriva puntuale pochi giorni dopo il DPCM del 22 marzo. Ci aspettavamo a
questo punto l’intervento drastico del Prefetto, con la chiusura immediata dell’azienda e la messa
in sicurezza degli operai e delle loro famiglie, cosi come sancito dall’art. 32 della Costituzione.
Invece apprendiamo che il Prefetto di Taranto Demetrio Martino aveva semplicemente sospeso,
fino al 3 aprile, l’attività produttiva ai fini commerciali, consentendo l’impiego di 3.500 lavoratori
diretti e 2000 lavoratori delle imprese dell’indotto.
Al riguardo riteniamo che sia alquanto pericoloso mantenere in attività lo stabilimento,
soprattutto se si considera lo sviluppo del contagio e della malattia avutosi nelle aree
industrializzate del nord, Brescia e Bergamo in primis. Lo stesso sindaco Del Bono di Brescia il 7
marzo chiedeva al governo la chiusura di ogni attività produttiva non essenziale, ma la sua
richiesta, assieme a quella di altri sindaci lombardi restava inascoltata per diverse settimane. In
seguito il sindaco Del Bono affermava, quindi, che questa catastrofe si sarebbe potuta evitare, o
almeno contenere, con la chiusura delle fabbriche, fonte principale del contagio.
Perché non si impara dagli errori, diciamo involontari, commessi in Lombardia?
M24A Equità Territoriale chiede a gran voce che sia tutelata la salute dei lavoratori tarantini e
delle loro famiglie, che non si aspetti, come già accaduto in Lombardia, che siano gli stessi
lavoratori a scioperare per difendere la propria salute. Pretendiamo che anche ILVA SIA MESSA IN
SICUREZZA E CHE VENGA APPLICATO IL PRINCIPIO DI PRECAUZUONE così come avvenuto, anche
se con enorme ritardo, con i lavoratori del Nord.
Il contagio si può fermare se le fonti principali dello stesso vengono chiuse.

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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