LA “QUARANTENA” AUMENTA I DISORDINI MENTALI

LA “QUARANTENA” AUMENTA I DISORDINI MENTALI

LA “QUARANTENA” AUMENTA I DISORDINI MENTALI

 

di Matteo Notarangelo*

Gli obblighi a restare a casa contengono il contagio da virus e ammalano la mente. La lunga “quarantena” provoca paura, panico, fobia, minacce che assediano la mente. Far vivere milioni di persone chiusi in casa è una concausa  per scatenare i disordini psichici, che diventano il problema. In letteratura sono noti le “sindrome di attacco di panico”, sindrome da agorafobia con attacchi di panico”, “sindrome ossessiva-compulsiva”, le diverse “sindrome schizofreniche”, senza trascurare le fissazioni ipocondriache. Questi disturbi hanno una comune caratteristica clinica: sono disfunzioni psichiche basate sulla paura.

Per cambiare la situazione fobica, non è indispensabile conoscere lo sviluppo negli anni, bensì conoscere il sistema di percezione e reazione nei confronti della realtà nel “qui e ora” della persona. “Qui” milioni di persone sono state sottoposte a restrizioni tempestive sociali, economiche e giuridiche, spaventati dall'attacco di un nemico invisibile: il Covid 19. “Ora” tantissime famiglie vivono prigioniere in casa, non sempre accoglienti e, spesso, in una “famiglia che uccide”.

In questo scenario disastroso, il “qui e ora” ci mostra il volto bifronte indefinito di due “nemici invisibili”: il virus e la paura. Una realtà paradossale da cui bisogna uscire. Questa è l'ingiunzione: “Stai a casa se non vuoi il contagio. Esci se vuoi la tranquillità della mente”. Quest'ordine perentorio è già noto alle scienze sociali, antropologiche, psicologiche e psichiatriche. L'antropologo e psicologo Gregory Batesn  e la scuola di Palo Alto definirono questo concetto “doppio legame”, causa centrale della ideazione schizofrenica.

Diventa chiaro che la paura del virus, produce la paura della follia. Una fobia che potrebbe far ripetere A Frenklin Delano Roosvelt “desidero sostenere la mia ferma convinzione secondo cui l'unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa”. Ma dalla paura di aver paura si può uscire quando il virus verrà sconfitto, controllato e la gente si sentirà sicura, certa di vivere senza le vecchie restrizioni alla libertà personale.

Questo resta il tempo della paura. Le strade sono vuote, le fabbriche ferme e le scuole silenziose. Nella mente, dominano i volti stanchi e silenziosi dei tanti medici, infermieri, operatori sanitari e addetti alla pulizia dei luoghi infettati, anche loro aggrediti dalla paura del contagio. Nelle orecchie dei cittadini rimbomba il terribile suono delle ambulanze. Anche se nelle città vuote nessuno nota la presenza di mostri terrificanti, la paura la si nota, gira incontrollata per le strade, entra nelle case  e invade la mente di ognuno.

La paura si nutre di paura, conquista i suoi spazi e sottomette persone di ogni strato sociale e di ogni etnia.

Il sociologo David L. Altheide allerta l'umanità, scrivendo: “La condizione peggiore non è la paura del pericolo, ma piùttosto  quello in cui questa paura può trasformarsi, ciò che può diventare”.

Vivere chiusi nelle abitazioni non agevola la sconfitta del virus. La paura frantuma le identità e i legami, stravolge il significato della solidarietà  e impone un nuovo modella di vita con nuovi credi, con nuovi riti: quelli ossessivi-compulsivi.

La paura del virus conquista la mente, le abitudini entra nelle case, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, nelle chiese, nei mercati, nelle strade, sui mezzi di trasporto  e impone la tirannia della diffidenza, del sospetto, dell'untore.

Ragion per cui, bisogna uscire dai bunker delle abitazioni e dalla prigione della paura, protetti, con mascherini o altro, ma bisogna uscire per costruire la nuova vita sulle macerie. C'è da liberare l'esistenza umana non solo dal virus, ma, anche, dalla diffidenza sociale, dai timori di oscuri presagi che hanno devastato le comunità e la mente di tante persone. Su queste macerie bisogna costruire un nuovo mondo, rafforzare le reti di amicizia, le famiglie, il vicinato, la comunità lo Stato, una consapevole e  responsabile  classe dirigente capace di condurre i popoli fuori dalla incertezza, dall'insicurezza, dalle paure.

Questo non era il mondo migliore. Ma come ogni problema ha sempre una soluzione, la soluzione di questo mondo è che può diventare migliore.

Anche se ognuno ha compreso che la pandemia è il prodotto delle interazione tra soggetto e realtà, molti sanno che la realtà ognuno la percepisce  mediante la sua visione, i suoi strumenti di conoscenza, il suo linguaggio appreso: e questa è una realtà ancora troppo frantumata, incerta, imprevedibile.

Questa crisi epidemica sta assumendo aspetti devastanti e  l'umanità può imparare a maneggiare nuovi saperi , capaci di controllare i nuovi pericoli, ma senza acconsentire a limitazione di libertà.

Nei momenti pandemici, c'è da essere vigili. Il sociologo francese Alain Touraine scrive: “...abbiamo la sensazione di non riuscire più a far fronte a minacce che sono spesso indefinite e imprevedibili. Ci sentiamo senza difese e incapaci di agire, di conseguenza abbiamo paura”.

Se questo è lo stato della mente, diventa facile proiettare sull'altro le angosce, rendendolo responsabile dei disastri, l'untore, di ogni peste. In queste condizioni emozionali, politiche, sociali e economiche non è difficile assistere al “crollo dell'Io”.  Le scelte libertarie non hanno connotazioni negative, soprattutto in questo momento storico. Una giusta ragione per ripetere che la quarantena non aiuta a star meglio, ma a far crescere il disagio esistenziale , che sfocia nei disordini psichici.

*Sociologo e caunslor professionale, coordinatore dell'Associazione “Genoveffa De Troia” di Monte Sant'Angelo (FG

 

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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