LE ‘BISTECCHE’ DI FONTANA. OVVERO, LA DIFESA SORDA DEI PROPRI PRIVILEGI. A SPESE DEL PAESE.

LE ‘BISTECCHE’ DI FONTANA. OVVERO, LA DIFESA SORDA DEI PROPRI PRIVILEGI. A SPESE DEL PAESE.

LE ‘BISTECCHE’ DI FONTANA. OVVERO, LA DIFESA SORDA DEI PROPRI PRIVILEGI. A SPESE DEL PAESE.

di Giancarlo Pugliese*

Il 4 Maggio scorso è partita la c.d. “fase 2”, dopo il lungo lock-down deciso per contrastare la diffusione del Covid-19. Un’apertura che ha interessato, con misure praticamente analoghe, tutte le Regioni del Paese, senza l’auspicata gradualità (adottata invece in altri Paesi, come Spagna e Germania), che sarebbe dovuta essere tarata in base al tasso di diffusione del contagio, e con l’effetto grottesco di riaprire regioni con ancora oltre 500 contagi al giorno contemporaneamente ad altre con numeri minuscoli, alcune intorno allo zero già da settimane.

Il nostro Presidente Pino Aprile aveva da tempo chiesto a gran voce di ripartire dal Centro-Sud, dalle regioni meno colpite, presentando esempi molto più che concreti per ripartire, a cominciare dallo sblocco dei cantieri delle opere pubbliche nelle regioni centro-meridionali. Con qualche effetto: a riguardo, era infatti emersa, negli “interstizi” del dibattito pubblico su giornali e media e in alcuni ambienti parlamentari e delle organizzazioni di categoria, anche una timida discussione nel merito.

La reazione che c’è stata, sulle sponde del Po, è quella che abbiamo visto: dura, sorda, inequivocabile, chiusa a riccio. Fontana (Presidente Lombardia), quasi minaccioso, il 20 Aprile: “Se non riparte la Lombardia non riparte nessuno” (come dire: se non ci conviene, di “autonomie regionali" non se ne parla!) ; gli fa eco Cirio (Presidente Piemonte), che segue a ruota con un finto ecumenismo, 21 Aprile: “L’Italia deve ripartire tutta insieme. Se uno guarda il pil del Nord è quello che regge tutto il Paese. Non dobbiamo dimenticare che se non riparte il Nord economicamente, non ci saranno neanche le risorse per sostenere le esigenze del Sud” (ancora la storiellina del Sud “mantenuto” dal Nord cui ormai credono solo gli allocchi). Ancora Fontana, sempre il 21 Aprile: “Una riapertura regionalizzata sarebbe una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle Regioni che aprono” (perché, prima del Covid-19 c’era “un equilibrato sviluppo” tra le regioni italiane??). Di nuovo Cirio, stesso giorno, di rimando: “Credo che un po’ di solidarietà nazionale, questa volta magari al contrario (??), non guasterebbe” (“Prima il Nord” anche quando si parla di solidarietà o coesione nazionale!); ecco Zaia dal suo pulpito della Regione Veneto, il 5 Maggio, con incredibile sprezzo del ridicolo (oltre che del buon senso): “Stiamo lavorando con il governo sull'ipotesi di poter avere un anticipo sulle riaperture rispetto alla data del 18 maggio. Potrebbe essere l'occasione di dare competenze in maniera differenziata alle Regioni sui propri territori” (non contento del caos lombardo, insiste). Infine, l’apoteosi di Fontana, in formato dispensiere di perle di saggezza antica : “nelle famiglie contadine del secolo scorso - dice all'Adnkronos- quando c'era un'unica bistecca da mangiare la mangiava l'uomo che doveva andare a lavorare nei campi, perché era chiaro che bisognava rafforzare chi portava a casa il sostentamento per tutta la famiglia. Ecco io credo che questo modo di vedere le cose dovrebbe essere esteso alla Lombardia che per anni ha trascinato il resto del paese.” Chiaro, no?

Quindi, riassumendo il “pensiero” (se così può essere definito) dei “governatori” del Nord :

1) il (Centro)Sud vive sulle spalle del Nord (e pazienza se quei mattacchioni di Eurispes e Svimez certifichino in quasi mille miliardi solo negli ultimi dieci anni il surplus di investimenti e trasferimenti statali da parte dello Stato italiano a favore delle sole regioni del Nord);

2) il Nord deve riaprire per forza per primo o almeno in pari con le altre regioni, anche se la sua situazione sanitaria presenta ancora criticità e rischi di nuovi contagi, estensibili a tutto il territorio nazionale, che nel caso avrebbero effetti irreparabili;

3) mai sia detto che la ripartenza prenda le mosse da altri “motori” del Paese: il Centrosud deve aspettare le regioni padane; anche se la situazione-contagi da Ancona in giù non ha mai raggiunto contorni emergenziali generalizzati. E questo anche a costo di rinunciare a preziosi punti di PIL, a danno di tutto il Sistema-Paese.

4) le problematicità presentate dal Corona-virus, nonostante la pessima gestione sanitaria dell’emergenza (a cominciare dai mancati provvedimenti di chiusura di “zone rosse” nei focolai del virus, come in Val Seriana), lungi dal dimostrare la totale inadeguatezza di talune giunte regionali nell’affrontarle, sarebbero anzi addirittura motivo per reclamare ulteriore autonomia decisionale (o, per meglio dire, “differenziata”)

5) la “gerarchia” del Paese è intoccabile; chi ha sempre avuto di più, ovvero colui a cui è stato consentito di lavorare – e produrre, e arricchirsi – di più, grazie alla possibilità di accaparrarsi i “piatti” più sostanziosi della tavola (la “bistecca” di Fontana), dovrà continuare in eterno ad avere di più e a godere di questo “privilegio acquisito”. Anche a costo di lasciare a digiuno gli altri commensali. Una metafora davvero mirabile nella sua eloquenza per comprendere il pensiero di un certo potere “padano”.

COSA NE PENSA IL MOVIMENTO 24 AGOSTO per l’EQUITA’ TERRITORIALE:

La pochezza del dibattito mediatico a riguardo, l’assenza di un contraddittorio pubblico su questi temi e anche la sostanziale flebilità delle risposte giunte dai presidenti delle Regioni centro-meridionali (non di rado intervenuti sulla base di pure “logiche di scuderia”, legate al colore politico) mostrano quanto questi “assiomi” posti dai centri del potere politico di quell’area del Paese siano drammaticamente radicati e “riconosciuti”. Un’evidenza che, se si vuole far ripartire il Paese in modo corretto, va, invece, stigmatizzata e messa duramente in discussione.

La situazione economica italiana rasenta già il disastro; le regioni centro-meridionali, dalle Marche in giù, saranno, a detta di tutti gli analisti, quelle che pagheranno, a causa delle fragilità della propria economia, il prezzo più salato; tali territori, nonostante la gran parte delle loro province siano state appena sfiorate dai contagi, saranno, a causa delle pur necessarie misure di contenimento, quelli che incontreranno le maggiori difficoltà a rimettersi in sella. Con un prezzo da pagare, economico, sociale, umano, enorme. E il rischio di non riuscire a ripartire più.

Ci viene in mente cosa è avvenuto in Portogallo. Il paese lusitano, grazie ad una accorta e previdente gestione dell'emergenza, intervenuta quando ancora non era scoppiato alcun focolaio entro i propri confini, è riuscito a passare indenne o quasi (nonostante un sistema sanitario carente, a partire dalla disponibilità di posti letto in terapia intensiva) la fase critica che ha invece colpito il grande vicino spagnolo. Oggi, a Lisbona e dintorni si è ripartiti con la fiducia e la coscienza di chi ha fatto le cose per bene. Arrivando al punto di pianificare addirittura per fine maggio la ripresa del locale campionato di calcio.

Ecco, i numeri dell'emergenza al Sud sono analoghi a quelli del paese iberico. Ma il Portogallo non ha una testa "altrove" da "aspettare" e cui dover dar conto per ripartire. Aver consentito un avvio graduale delle attività a partire dalle regioni rimaste appena sfiorate dai contagi, come chiesto caparbiamente dal M24A, avrebbe invece potuto consentire un recupero di PIL sin dall’immediato, a beneficio di tutto il sistema-Italia e a danno esclusivo, vien da pensare, dei soli centri del potere economico che sullo sviluppo squilibrato del Paese hanno costruito una rendita fine a sé stessa. Quelli che, piuttosto che cedere pezzi di supremazia, preferiscono tener fermo un intero Paese, mentre il disastro gli corre incontro.

Noi rilanciamo nuovamente: non c’è nessuna ragione valida di bloccare i circa 600 cantieri delle regioni centro-meridionali, già finanziati ma fermi; sbloccarli subito, nell’immediato, avviando un piano nazionale di lavori col duplice effetto di recuperare preziosi punti PIL, dare sollievo alla drammatica crisi dell’occupazione in atto nel Centro-Sud e dare corpo a investimenti fondamentali di infrastrutture essenziali che resteranno, contribuendo ad agevolare il rilancio delle aree meno sviluppate del Paese.

Piuttosto che Fontana e le sue “bistecche”, il nostro Paese deve rincorrere il suo futuro.

*Referente regionale Marche M24A-ET

Giancarlo Pugliese

Giancarlo Pugliese

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