Le carceri ieri e oggi

Le carceri ieri e oggi

Le carceri ieri e oggi

Liliana Isabella Stea*

Leggendo un post di Ascanio Celestini e un articolo sul giornale online ‘il dubbio’:  , entrambi relativi agli abusi di potere nei confronti di carcerati inermi, non ho potuto evitare di pensare alle tante lotte del defunto Pannella su questo tema e fare il paragone tra quanto accade oggi nel nostro Paese e ciò che ho scoperto occupandomi, casualmente (anche se il 'caso' non esiste) della nostra Storia nazionale; non certo da storica, dato che non lo sono, ma per capire come mai siamo e soprattutto 'perché' siamo così e stiamo combinati 'e 'sta manera*.

Il post di Ascanio Celestini verte intorno al fatto che, a prescindere dalla persona, c’è un diritto che non viene riconosciuto, anzi, pervicacemente negato, ad un detenuto, e perché? Nessuno lo sa, perlomeno ufficialmente, ma in realtà lo sappiamo tutti, e rappresenta un abuso da parte del ‘potente’ di turno, in un Paese che si dichiara ‘civile e democratico’. Come sarebbe andata invece in un Paese che viene ancora definito ‘incivile e tirannico’? Uno Stato che è stato distrutto per ‘civilizzarlo’, il Regno delle Due Sicilie?

Questo è quanto ho trovato io, riguardo al sistema carcerario, nelle mie ricerche per scrivere il libro “Perdonate, signore, questa è la mia Patria” (Perché siamo come siamo)

“...per quanto riguarda le carceri, in cui non esisteva la tortura, che arriverà invece dopo l’unità per ‘estensione’ delle leggi sabaude al territorio ‘meridionale’, con una circolare del 24 ottobre 1800, Ferdinando IV (poi I), promulgò l’ordine che per i detenuti poveri il Fisco, e cioè lo Stato, si addossasse le spese per il loro vitto. In tutta Europa, nelle carceri del tempo i familiari dovevano provvedere al “companatico” dei congiunti chiusi in prigione.

Nel Codice del 1819 si legge anche: «...il pavimento del carcere si laverà ogni 15 giorni... il carcere si imbiancherà ogni sei mesi, sarà mantenuto anche il barbiere dei poveri ...e non potrà pretendere compenso alcuno dai detenuti ...il barbiere raderà i capelli a tutti coloro che giungeranno al carcere e si dichiareranno poveri. Raderà a costoro la barba una volta a settimana. Il fornitore stipendierà anche il lavandaio dei poveri; le biancherie dei letti e le camicie saranno cambiate ogni 8 giorni, se pure non occorresse farlo più sovente”

Ferdinando II, il 25 febbraio 1836, abolisce la pena dei lavori forzati perpetui che, nei decenni post-unitari, fu largamente inflitta dal Governo italiano ai cosiddetti “briganti” meridionali.

Luigi Settembrini, nel periodo in cui fu detenuto nel penitenziario borbonico di Santo Stefano (in cui ogni recluso aveva la sua camera con grande finestra e balcone) «traduceva le opere di Luciano, riceveva chicche e confetti che andava dividendo con i figli e la consorte del direttore del carcere, per tenerselo buono, in salottieri inviti pomeridiani» e Poerio (condannato a 24 anni di prigione, poi commutati in 10, per avere partecipato ai moti contro la monarchia borbonica) che parlerà di torture a cui sarebbe stato sottoposto durante la sua detenzione, scrive l’8 aprile 1857 in una lettera ad un parente dalla prigione di Montesarchio, dove era stato trasferito,: «Ho ricevuto la vostra lettera del 1° di questo mese, che mi è giunta non so dire quanto gradita. Sono lietissimo di sentire che la Vostra preziosa salute vada sempre di bene in meglio e posso assicurarvi che è lo stesso di me. Oggi abbiamo avuto una magnifica giornata di primavera e ho avuto la consolazione di passeggiare a mio piacere. (…) Vi ho scritto per posta di inviarmi, col corriere di Pasqua, de’ frutti, de’ piselli, de’ carciofi, e del burro, come di costume. Vostro affezionatissimo nipote, Carlo Poerio». (Patrick Keyes O’Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, trad.it. Ares, Milano 2000, p. 374 n. 2) Dal contenuto di questa lettera non si arguisce altro che un trattamento da pensionato di riguardo in una sorta di B&B, dato che ‘ha passeggiato a suo piacere’, come dire che non si è trattato ‘dell’ora d’aria’ sotto sorveglianza e con l’occhio al tempo, e se può ricevere frutta e verdura secondo i suoi gusti c’è anche qualcuno che cucina per lui quello che gradisce. Infatti Malmesbury scrive a questo proposito:” Ma le torture alle quali Poerio si dice sia stato sottoposto furono, a mio parere, inventate di sana pianta... Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane Pari reduce da una salubre villeggiatura”. Anche altri inglesi restavano colpiti dalle condizioni fisiche degli esuli delle Due Sicilie che arrivavano in Gran Bretagna, nessuno dei quali era deperito, mentre al contrario erano addirittura “sovrappeso”.

 

A proposito del carcere borbonico di Santo Stefano, il panoptikon costruito ‘a ferro di cavallo’ in modo che una sola guardia posta al centro della ‘U’ poteva controllare, non visto, tutte le celle, il professor Sterlicchio scrive:” È evidente poi come le celle individuali, ricavate su tre piani, fossero in realtà degli “alloggi” dove i “rilegati”, oltre che a dormire, dovevano provvedere a cucinare e ad accudire a sé stessi attraverso una sorta di autogestione. A partire dalle prime ore del mattino, essi si recavano nei campi a terrazze dove lavoravano la vigna, coltivavano gli ortaggi, i cereali e curavano gli animali da latte e da carne. I salari, così guadagnati, potevano poi venire spesi nella cittadella carceraria posta immediatamente a ridosso del corpo centrale dove, oltre ad una “locanda” ben attrezzata (ma senza alcol!), i reclusi potevano disporre di un “locale barberia”, di un “cortile giochi” (bocce, zicchinetta, strumml’, lippa), di una “lavanderia” e di una “canonica” con annessa cappella.” Non oso pensare quanto avrà sofferto Settembrini in questa ‘terribile’ condizione! Nemmeno nell’odierna Danimarca stanno così comodi, forse. Nelle nostre attuali no di sicuro, tanto che sono frequenti i suicidi.

 

Erano invece le prigioni inglesi tali da fare scrivere a Cavour, dopo averle visitate: “La prigione è orribile... nella quale sono rinchiusi, come bestie feroci, 360 individui. Niente può dare idea del misero stato in cui si trovano. Stanno rinchiusi in 60 dentro una sola camera, respirano aria mefitica e si coricano su delle miserabili stuoie di giunco. Fanno pena a vederli. Sono ammucchiati uno sugli altri senza nessuno ordine né distinzione... la disciplina è severa. I detenuti sono sottoposti alla legge del silenzio assoluto. Non possono parlare in nessun momento e per nessuna circostanza. Le punizioni sono il pane e acqua, i ferri e la cella oscura. Siamo discesi in uno di questi buchi. In verità non ho visto niente di più tetro in vita mia”. (Cesare Bertoletti,” Il Risorgimento visto dall’altra sponda”, Berisio, Napoli, 1967, pag. 303.)

 

E le prigioni piemontesi però non erano da meno; nel 1851 lord George John Vernon stilò un terrificante rapporto sulle prigioni piemontesi, che venne però tenuto nascosto. (Denis Mack Smith, “Cavour. Il grande tessitore dell’Unità d’Italia”, Bompiani, Milano, 2001, pag. 144; in Gilberto Oneto, “La strana unità”, Il Cerchio, Rimini, 2010, pag. 158.)

Nel 1854 vennero rese note le cifre spaventose sul tasso di mortalità nel carcere di Alessandria. Per affollamento e sporcizia, il sistema carcerario piemontese era fra i peggiori e più antiquati della Penisola. (Romano Bracalini, “L’Italia prima dell’unità 1815-1860”, Rizzoli, Milano, 2001, pag. 55; in Gilberto Oneto, op.cit., pag. 158).”

 

Se Ascanio Celestini conoscesse questi dati, probabilmente non si stupirebbe di quanto accade oggi, perché vedrebbe la perfetta ‘naturalezza’ di questo sistema carcerario, diretto discendente del sistema vigente in quel Regno di Sardegna che tracimò con violenza in tutta la penisola italica ‘esportandovi’ i suoi metodi e i suoi modi di governare, mediante oppressione dei deboli e ossequio verso i forti. Celestini si chiede: ”ma dopo 40 anni dal suo reato, quale pericolosità può rappresentare quest’uomo?”

E anche fosse, aggiungo io? Durante il lokdown sono stati messi fuori i mafiosi dal 41 bis, ancora ben pericolosi, e un disgraziato malato di fegato, ormai nelle mani dello Stato e sotto il suo controllo, non può avere un fornellino in cella per cucinarsi una cosa?  Oppure dite che questo ci porterebbe ‘indietro’ ai  Borbone, retrogradi e tirannici? Giammai! La ‘tradizione’ ormai è quella da tempo e non si cambia, anzi, la si definisce ‘civile e democratica’ senza essere né l’una né l’altra. Leggiamo, ad ulteriore conferma, in un altro testo:

 

“Il Regno d’Italia si dimostrerà peggiore di tutti gli Stati preunitari ed abolirà la pena di morte solo nel 1889 con il codice Zanardelli, ripristinandola però durante il periodo fascista. Anche i sistemi di detenzione peggioreranno molto con l'unità nazionale e lo Stato cosiddetto “liberale” continuerà ancora a comportarsi come uno stato di polizia, al cui confronto quello borbonico risultava di gran lunga più rispettoso dei diritti umani. Nell’Italia unita sopravvisse l’idea della mentalità “punitiva”, ben diversa da quella “riabilitativa” borbonica, tanto che la catena al piede per i condannati ai lavori forzati, nel nuovo Regno d’Italia, sarà abolito solamente con il R.D. del 2 agosto 1902, n. 337.  (Giuseppe Ressa, “La calunnia come arma politica”)

* Il napoletano, che ho usato nel testo, non è un dialetto, ma una lingua, riconosciuta come tale nel mondo e studiata nelle Università americane.

*Socio fondatore M 24 A ET, membro della Commissione Storia

Michele Dipace

Michele Di Pace

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