LE DONNE E L’EMIGRAZIONE: EROINE DIMENTICATE

LE DONNE E L’EMIGRAZIONE: EROINE DIMENTICATE

LE DONNE E L’EMIGRAZIONE: EROINE DIMENTICATE

di Assunta Pavone*

Dovendo parlare di donne, nel giorno dedicato a loro, ho pensato che mi sarebbe piaciuto parlare di donne di cui non parla nessuno, di cui non abbiamo saputo più nulla, ma le cui storie sono emblematiche della forza eroica di cui sono state capaci e della subalternitá al ruolo maschile in cui restavano intrappolate. Mi riferisco alle tante donne meridionali, che, come i loro uomini, si trovarono  costrette ad intraprendere l’unica via possible: quella dell’emigrazione. Alcune di queste storie, però, sono rimaste immortalate da scrittrici (molto spesso nipoti e pronipoti delle protagoniste delle storie stesse). In particolare, mi è venuta in mente la storia di Umbertina, che è anche il titolo del romanzo di Helen Barolini, una tra le più famose scrittrici italoamericane. La storia è un classico bildungsroman (romanzo di formazione) e si estende su quattro generazioni e tre donne. Il libro analizza la particolare  condizione psicologica dei discendenti degli immigrati, in questo caso delle discendenti, alla ricerca della loro identità tra radici lontane e una società a cui sentono di appartenere, ma solo fino a un certo punto. Sullo sfondo, la figura dominante della bisnonna, una pastorella calabrese, di nome Umbertina, che, nella seconda metá dell’Ottocento, riesce a convincere il marito a partire per l’America in cerca di una vita migliore. La mia scelta è caduta su di lei perché trovo affascinante immaginare quella giovane donna in un paese straniero, di cui non capiva la lingua, ma dove aveva fermamente deciso di dare un futuro alla sua famiglia.

Nonostante le difficoltà iniziali, il magro salario del marito come ferroviere a Catona e la sua salute sempre più precaria, Umbertina riesce a realizzare il suo sogno di benessere. Inizia vendendo prodotti da forno (panini e pizza) ai compagni di lavoro del marito e alla fine mette in piedi una redditizia attività di importazione e vendita all'ingrosso.  La sua famiglia prospera, i suoi figli vengono istruiti, si sposano, lei vive una vita lunga e di successo. Nell’azienda finiranno per lavorare tutti, figlie e figli compresi. Il marito, un buon uomo, ma non altrettanto dotato dell’intelligenza e delle capacità della moglie, resta una figura a cui tutti tributano rispetto, ma la vera dominatrice della scena è lei, Umbertina. Si direbbe che la protagonista ha vinto su tutta la linea, ha dimostrato che una giovane donna, senza istruzione, ma con intelligenza e determinazione è diventata padrona della propria vita e punto di riferimento per la sua famiglia, eppure leggendo si scopre che sull’insegna dell’azienda c’è il nome di suo marito e l’indicazione dei figli maschi ‘’S. Longobardi & Sons’’.

Quando, poi, suo marito muore, i figli riducono la sua partecipazione proprio negli affari che lei ha iniziato, ma ciononostante, Umbertina mantiene il suo status di matriarca potente da rispettare sempre, e specialmente onorata, al picnic annuale di famiglia dove i suoi figli e nipoti si riuniscono "per celebrare se stessi come una famiglia, per incontrarsi e mangiare e rendere omaggio alla vecchia signora in nero che sedeva sotto un albero e veniva servita tutto il giorno e le venivano dati bambini da baciare" (p. 140).  Ma, mentre si avvicina alla fine della sua vita, Umbertina getta uno sguardo retrospettivo sulle sue lotte e sui suoi successi e realizza con dolorosa chiarezza ciò che nessun immigrato può mai prevedere completamente – l’effetto devastante dello sradicamento - e arriva senza compromessi a riconoscere la perdita che ha dovuto subire quando ha lasciato il suo luogo di nascita e la sua famiglia senza possibilità di ritorno,  quando ha dovuto ammettere che l'aria, il sole e il cibo della sua terra non erano sufficienti a sostenerla e, soprattutto, quando ha dovuto rinunciare alla sua lingua per vivere in una terra di stranieri.  Progressivamente estranea a se stessa, ai suoi figli e ai suoi nipoti, anela, sul letto di morte, a bere l'acqua della fonte di Castagna - l'acqua che ha bevuto per l'ultima volta e che ha condiviso con suo marito e suo figlio quando è partita per il Nuovo Mondo.  Nella parte del romanzo dedicata a Umbertina, vengono documentate minuziosamente le lotte e le conquiste degli sradicati, ci si interroga sul prezzo che hanno dovuto pagare per il loro benessere, e si sostiene che, per avere successo, l'immigrato potrebbe dover imparare a non guardare mai indietro. Inoltre, e questo è il suo risultato più sorprendente, questo racconto ridefinisce i ruoli degli uomini e delle donne nell'esperienza degli immigrati in termini di punti di forza e di debolezza del singolo uomo o della singola donna piuttosto che in termini di pregiudizi stereotipati.

*referente estero M24A-ET

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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