LE DUE ITALIE: BAD COMPANY E NEW COMPANY. LE NOSTRE PROPOSTE PER UN PAESE EQUO

LE DUE ITALIE: BAD COMPANY E NEW COMPANY. LE NOSTRE PROPOSTE PER UN PAESE EQUO

LE DUE ITALIE: BAD COMPANY E NEW COMPANY. LE NOSTRE PROPOSTE PER UN PAESE EQUO

 

di Massimo Mastruzzo

Sarò pragmatico. Esistono due Italie, con due economie, un unico bilancio e un unico gestore: il governo.

Tralasciamo per un momento le cause storiche, fondamentali e, per chi intellettualmente onesto, incontestabili, ma purtroppo oggettivamente valutabili solo se si possiede una corretta informazione su di esse, e proviamo ad analizzare la situazione dal punto di vista di un millennial che vuole darsi delle risposte rispetto all’attuale condizione di disomogeneità nazionale che non ha eguali in nella UE.

Quando una azienda è in crisi la si scompone, cinicamente, in due parti:

una Bad company nella quale si fanno conferire tutte le attività in perdita e i debiti;

una New company con i bilanci in ordine dove indirizzare gli investimenti.

Questo stesso cinico sistema, seppur totalmente in contrasto con quanto previsto dalla Costituzione, è stato ufficialmente adottato ed applicato ad una nazione:

L’Italia.

È stato applicato adottando un sistema nato con il nome di federalismo fiscale, scritto dalla Lega, ed a seguito di un upgrade, voluto dagli altri partiti nazionali, evoluto in  Autonomia Differenziata.

Cinicamente è stato deciso di recidere economicamente il sud dal resto dell’Italia, dirottando la ricchezza nelle regioni del nord per permettere a queste di arricchirsi ancora di più.

In pratica si è studiata a tavolino una New company (Italia A) con treni ad alta velocità, strutture sanitarie, scuole ed università, servizi sociali, occupazione, degni di un ricco paese occidentale membro della UE.

E una Bad company (Italia B) dove, al contrario, tutto è contraddistinto dal segno meno...e peggio.

Preso atto che la condizione attuale è:

  • Italia A, non vuole perdere quanto egoisticamente acquisito, si muove politicamente per ottenere ancora di più e non può permettersi di rallentare rispetto alle altre Regioni concorrenti della UE;
  • Italia B, già ultima tra le Regioni della UE, non può permettersi ulteriori rallentamenti che la porrebbero a rischio desertificazione umana e industriale, rischio già concretamente ipotizzato da dati Svimenz.

Constatato che:

  • il gestore unico di queste due Italia, ovvero i vari governi di ogni colore politico che si sono alternati, non è mai riuscito a contrastare il proverbio dar da mangiare al sazio che tanto il digiuno ci è abituato, ovvero anche quando le intenzioni sono state le migliori il gestore di turno ha operato sempre e comunque per mantenere quel dis-equilibrio tra A e B.

Noi che abbiamo avuto l’ardore di non sommarci a quanto finora fatto, ma di denominarci

Equità Territoriale, cosa dobbiamo fare ?

  • Banalmente la prima cosa, avendo appunto scelto l’Equità Territoriale come segno distintivo, è dissentire con questo governo ritenendo inaccettabile la condizione di equilibrio dello squilibrio tra le due Italie.
  • La seconda è che il caso abbia voluto che rispetto all’Equità Territoriale, la Costituzione, nell’Art. 3, che menziona l’uguaglianza tra i principi fondamentali, la pensa esattamente come noi, e quindi il rispetto della Carta Costituzionale non può prescindere dal ritenere questa condizione di disomogeneità la forma più anticostituzionale presente in questo Stato.

Come possiamo farlo ?

  • Bussando alla stanza del gestore, e la forza del ticchettio la potrete dare solo voi, e una volta entrati mettere sul tavolo le nostre, ed anche il peso specifico delle proposte dipenderà da voi.

Le nostre proposte:

  • Avvio delle opere pubbliche infrastrutturali necessarie ad iniziare il percorso per il recupero dell’Equità Territoriale, nulla di più nulla di meno di quanto già previsto dalla Costituzione, ovvero: ”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
  • Visto che la disomogeneità territoriale presente in Italia è talmente ampia da non avere eguali nella UE, l’avvio delle opere pubbliche, oltre agli investimenti ordinari, dovrà prevedere: 
  1. Definizione di un Fondo per il Riequilibrio destinato alla riduzione del GAP infrastrutturale fino al raggiungimento dell’equilibrio.
  1. Per ogni opera pubblica realizzata in Italia una quota pari ad una percentuale del suo costo di realizzazione e dei ricavi provenienti dal suo utilizzo deve essere destinato al fondo.
  • Avvio di un sistema di incentivazione agli investimenti privati che, oltre alle già previste zone Zes (zone economia speciale), preveda il lancio di un progetto sperimentale ed innovativo di aree “Zesgreen economy + Impresa Chiavinmano” per la produzione di prodotti destinati all’economia  verde, potenziato dal progetto Impresa Chiavinmano. Per inciso il Progetto “Impresa Chiavinmano” fu un’idea di Marco Esposito (nel periodo in cui ricopriva il ruolo di assessore al Comune di Napoli) e fu presentato il 7 maggio 2012 all’allora Ministro del lavoro Elsa Fornero, che, dopo averlo giudicato interessante, lo rigettò con una motivazione che racchiude tutto quel razzismo figlio dello storico pregiudizio nazionale: “Al sud (in quel caso il sud era Napoli) anche se si riducesse la burocrazia le imprese non investirebbero comunque a causa del tasso di criminalità e della scarsa qualità della forza lavoro” (dal Libro separiamoci di Marco Esposito a pag. 78/79).

Cos’è il Progetto Chiavinmano:

  • E’ una formula che mette potenziali investitori di fronte a opportunità dirette di investimento prive di qualsiasi vincolo burocratico. Il progetto prevede che per le aree industriali dismesse e quelle agricole incolte, presenti in molti territori del sud a rischio desertificazione umana e industriale, dove il comune o un soggetto interessato allo sviluppo posseggano direttamente manufatti o suoli, ci sia l’insediamento di una società X interamente posseduta da un soggetto pubblico o privato che si impegni nell’attrarre potenziali investitori. Il  percorso deve prevedere che per gli investitori potenzialmente interessati si smonti alla radice la burocrazia, per questo dovrà essere la società che, una volta insediata, provvederà  a chiedere alle diverse burocrazie locali tutte le autorizzazioni necessarie, tra queste non dovranno mancare tutte le pratiche per i vari allacciamenti di tutte le utenze necessarie, come le firme di un’intesa d’area con i sindacati per garantire le migliori condizioni di lavoro.

Svolte le pratiche burocratiche non rimarrà che trovare potenziali investitori, stimolandoli tramite un’offerta che prevede un’area Zes per investimenti nel campo della green economy, ed una reale condizione che va oltre la burocrazia zero, arrivando ad offrire una Impresa chiavinmano, ai quali il soggetto pubblico venderà la società X, recuperando tutto o in parte le spese sostenute.

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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