LE INDUSTRIE CONCIARIE MESSINESI NELLA PRIMA META' DELL'OTTOCENTO*

LE INDUSTRIE CONCIARIE MESSINESI NELLA PRIMA META' DELL'OTTOCENTO*

LE INDUSTRIE CONCIARIE MESSINESI NELLA PRIMA META’ DELL’OTTOCENTO*

di Alessandro Fumia

Da fonti siciliane si apprende che nel 1852 esistevano a Messina un discreto numero di stabilimenti industriali di conceria, dove si lavoravano grossi cuoi delle grandi e piccole pelli di vitello. Da fonti doganali si individuano in quella data le fabbriche: di Giovanni e Pasquale Lanza, Giovanni Soraci junior, Domenico Sturniolo, Bonaviri e Cinturini, Gaetano Loteta, Domenico Trombetta, Giuseppe Portovenero, Francesco Trombetta, Giacomo Loteta, fratelli Ottaviani, Biasini e la Vecchia, Litterio Andronico di Stefano. La più considerevole di queste fabbriche cioè quella degli Ottavini, realizzava annualmente la lavorazione di 25.600 pelli di ogni specie e occupava 143 operai. Gli stabilimenti tutti di Messina riuniti, producevano: 35.600 grossi cuoi, 14.400 piccoli cuoi, 4.800 pelli di vitello, 10.700 pelli di vitellino. In totale producevano 65.500 pelli di ogni genere. Il guadagno si otteneva calcolando il peso e la manifattura che era stimata come segue: 5 grossi cuoi corrispondevano a 79,3 kg; 11 piccoli cuoi corrispondevano a 79,3 kg. La paga era di 12,75 once giornaliere per 302 operai impiegati in questo settore, che producevano ogni anno circa 1.000.000 di kg di prodotto lavorato nella sola Messina. A fronte della produzione annua, di 1.112.000 kg di tutto il Piemonte e della produzione annua, di 2.200.000 kg di tutta la Lombardia.

Le notizie commerciali qui prodotte estrapolate dalla Rivista Contemporanea nazionale italiana, stampata a Torino permettono di avere un quadro economico del settore già a partire dal 1858. Una quantità presso che identica fu prodotta a quella della sola Messina, nel restante parte insulare del regno di Napoli, quando in tutta la Sicilia, Messina compresa, se ne producevano 2.000.000 kg l’anno. Si conosce da altre fonti, che il guadagno fu calcolato non sulle pezze conciate, ma sull’unità di peso espressa in kg di pelle prodotta. Seguendo un filo logico, a parità di merce e di costi di base, applicando questo criterio al coefficiente determinato, fra la differenza di merce venduta e acquistata dal regno Napoletano (1.317.000 divisa 1.054.000), si ottiene la differenza per ogni kg trattato pari a 1,2495 fr, attraverso il quale poter determinare il valore simbolico del guadagno dei cuoi prodotti da Messina: 780.167,81 kg (voce prodotta tenendo bene a mente i parametri di 11 pelli piccole pari a 79,3 kg, e 5 pelli grosse pari a 79,3 kg, moltiplicate per il totale delle pelli lavorate 65.500). Dividendo il totale su espresso con quell’indice 1,2495 si determina il valore di fr. 6.226.624,8. L’indice qui messo in evidenza, deve prevedere un rapporto positivo, fra la merce acquistata dai produttori messinesi rispetto a quella venduta, trovando un guadagno dalla differenza di entrambe le voci economiche. Se questo calcolo fosse rispettato, avremmo oltre sei milioni di franchi di guadagno effettivo. Che ulteriormente valutato al cambio del 1859 tra franchi e ducati darebbe: 1 Fr. = 4,25 ducati, ossia 1.465.088,1 ducati. Ricordando fra l’altro, che il franco francese e la lira piemontese si eguagliavano rispetto alla moneta duo siciliana. Particolare interesse suscitano le direttive sul valore del salario dei conciatori messinesi su una giornata lavorativa della durata di 10 ore, su 25 giorni lavorativi: 428 duc. : 302 op. = 1,42 ducati (paga individuale); pari a : 1,42 x 25 = 35,5 ducati. Si che si deduce che un operaio attivo nel comparto delle concerie messinesi guadagnasse poco più di 35 ducati mensili.

 

Messina la capitale dimenticata

 

La lavorazione delle pelli a Messina possedeva durante il regno borbonico un antico retaggio. Le particolari condizioni doganali e il Porto Franco consentirono lo sviluppo dei primi impianti conciari già a partire delle prime decadi dell’ottocento. Da ricordare gli stabilimenti: di Giovanni Placanica fabbrica fondata nel 1832, così quella di Luigi Minutoli risalente al 1834, di Giuseppe Morganti e compagni del 1835, di Giovanni Caminiti costituita nello stesso anno, quella di Flavia Vadalà del 1836, non che di Giuseppe Alessi del 1843. Alcune di queste fabbriche furono riconvertite cambiando di statuto, vedi il caso Trombetta-Vadalà, altre si fusero tra loro perché nel 1850 i volumi dell’export crebbero talmente tanto, da richiedere una maggiore manodopera specializzata e magazzini più capienti.

Tutta la filiera della conceria competitiva e florida sotto i Borbone, subiva un brusco arresto già nei primi quattro anni successivi all’unità italiana, con la decurtazione del volume prodotto pari al 50%, ma che era destinato a una ulteriore decadenza dopo la soppressione del Porto Franco di Messina nel 1868, dal quale passavano i due terzi delle lavorazioni destinate ai mercati europei e americani, subendo un ulteriore caduta del 40%. Già nell’ultima decade dell’ottocento gli stabilimenti messinesi per la concia si erano ridotti a due unità. Dopo il 1895 con l’aggravio ulteriore di imposte e tasse, un’ulteriore parte di quella industria decadde, sancendo la fine di uno dei rami più proficui dell’industria messinese durante il regno duo siciliano.

*I dati storici ed economici provengono dal volume di Alesssandro Fumia, Messina la Capitale dimenticata; Magenes 2018, pp. 161, 162, 163, 164.

Michele Eugenio Di Carlo

Michele Eugenio Di Carlo

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