Le persone fragili positive al virus dove vengono curate? 

 Le persone fragili positive al virus dove vengono curate? 

 Le persone fragili positive al virus dove vengono curate? 

di Matteo Notarangelo*

I servizi sociosanitari stanno diventando reparti Covid. Ci sono tante persone, anziani e disabili fragili, che non hanno gli stessi diritti di cura. Molti di loro non vengono assistiti e curati negli ospedali, ma nelle strutture sociosanitarie, che non sono reparti ospedalieri. Le strutture residenziali sociosanitarie sono servizi territoriali per anziani e per diversamente abili(Rsa, Case di riposo assistite, Comunità psichiatriche o Comunità alloggio). I servizi sociosanitari privati, spesso, sono convenzionati e contrattualizzati con le Asl. Per questo motivo, sono soggetti a delle regole  gestionali, strutturali, organizzative, definite dai regolamenti regionali. I luoghi assistenziali residenziali non sono reparti ospedalieri, anzi non lo possono essere. Gli spazi interni e esterni devono avere le caratteristiche di una casa personalizzata confortevole, per non medicalizzare gli ambienti abitativi e la residenzialità. Ogni servizio sociosanitario residenziale ha degli scopi: sono sociali e psicoriabilitativi, se   ospitano  persone  con patologie psichiatriche;  socioassistenziali se ospitano anziani o persone fragili con disabilità. A nessuno equipe di queste strutture spetta  la  cura di altre patologie ne, tantomeno, di quella da Covid.

I contagi  nelle strutture sociosanitarie        

Le strutture sociosanitarie  continuano a far discutere per i tanti contagi da Covid. In un periodo pandemico, certo, i servizi sociosanitari  possono, come ogni persone e ogni luogo, essere contagiati  dal virus. Ciò è successo e continua a succedere. Se accade, bisogna individuare le cause scatenanti del contagio e quale danno possono provocare alle persone, agli ospiti, agli operatori, ai volontari e ai familiari. L’Oms, intanto, specifica che, se ci fosse un contagio, il rischio di letalità sale al crescere dell’età e del numero delle patologie croniche delle quali la persona contagiata sia portatrice. Una considerazione scientifica, quella dell'OMS, che in questa emergenza sanitaria diventa "la verità". Tante persone fragili che vivono in questi ambienti convivono con rischi medici elevati e diventano ancora più pericolosi quando gli ospedali, non avendo la disponibilità di posti letto, respingono la loro domanda di ricovero. È questa la condizione esistenziale  degli anziani e  dei disabili fragili, presenti nei servizi sociosanitari. Queste persone, molte positive al Covid, nei casi di malessere difficilmente vengono ospedalizzati. Il rifiuto di ricovero in reparti ospedalieri, specializzati e forniti di conoscenze e attrezzature, costringe gli ospiti a vivere il loro malessere nelle strutture residendiali.  Il peso sanitario della negazione del diritto alla cura ospedaliera, in questo modo, viene scaricato sulla famiglia e sui gestori delle Rsa, delle Case di riposo e delle Comunità residenziali, non pronte a curare le patologie derivanti dal virus.  Dal rifiuto del ricovero, cambia lo status dell'anziano o del disabile che da ospite si trasforma in malato covid. Il nuovo status di malato, stravolge la vita della persone e l'organizzazione della struttura sociosanitaria;  determina un cospicuo aumento del costo di gestione e cura a carico dell'ente gestore; modifica le dinamiche di lavoro.

Occultare il disastro                                               

Con la crisi pandemica e l'assenza della medicina territoriale, i responsabili della sanità regionale hanno normalizzato parte  della  cura  nei servizi sociosanitari. Una pratica di cura  a costo zero che non poteva che accendere focolai in ogni servizio residenziale. Ancora adesso, non ci sono atti legislativi regionali, che mirano a incrementare la spesa o ad affiancare  agli ospiti e agli operatori dei servizi sociali e assistenziali  il personale medico pubblico specializzato. Anche se la Regione Puglia ha il merito di aver firmato un accordo con i medici di famiglia e i pediatri, i quali dovrebbero prendere in carico il paziente con sintomi covid, prenotare il tampone molecolare, eseguire i tamponi rapidi, disporre l’isolamento fiduciario e stabilire la data di inizio e fine della quarantena, la cura del Covid viene fronteggiato, fuori dagli ospedali, da pochi infermieri, da operatori socio sanitari, da educatori, psicologi, sociologi, psichiatri, ma non da medici specializzati. I gestori lamentano che le regioni e le Asl li hanno lasciati soli, senza dotare gli anziani o i disabili di tutte le ragionate protezioni. Nella criticità sanitaria, è ovvio, i dipendenti delle residenze continuano a contagiarsi e a denunciare di non operare nell'ambito delle loro funzioni contrattuali. Questa grido di dolore e di sofferenza dovrebbe essere ascoltato, ma non accade. Gli  operatori  e gli ospiti contagiati sono stati lasciati nel guado della pandemia a mani nude. Lo gridano in ogni momento: questo non è il nostro lavoro. Allora, cosa non sta funzionando? Nei servizi sociosanitari, c'è un considerevole  aumento del numero di infezioni degli ospiti, ma anche degli  operatori. I contagiati riferiscono che neanche l' accertamento della loro infezione   è avvenuto tramite il tampone sanitario pubblico. Per conoscere la loro condizione di salute, si sono rivolti ai privati, che non possono ufficializzare l'esito senza una verifica degli operatori sanitari dell'Asl. Nessuno  vuole individuare il capro espiatorio, dicono, ma ognuno cerca di capire perché il sistema sanitario stia osservando questa "strage di innocenti" e il diffondersi del contagio.

Negare la cura.                                                       

"Il paradosso. I medici ospedalieri e gli operatori dei servizi sociosanitari curano i malati di Covid, tranne i medici e i sanitari territoriali". È una realtà terribile, quella che si vive. Gli ospedali sono in affanno e i pronto soccorso pieni di malati, che aspettano ore per un possibile ricovero, mentre le USCA non ci sono. Per gli ospiti delle strutture sociosanitarie residenziali positivi al Covid, scrivevo, la cura non può essere ospedaliera, almeno cosi pare. Questa realtà non desta alcuna meraviglia, gli operatori del 118 lo dicono in modo esplicito: "Non ci sono posti letto liberi, curateli nelle strutture". Ma che storia è questa? Anche se in questi giorni, gli esperti continuano a dire: " Ma i Covid positivi non devono andare in un reparto dedicato o negli hotel Covid?  Tanto non succede e se accade, per pochi. I molti vivono la loro malattia in privato, in silenzio, senza ricevere le giuste cure.

Perché non succede?

È vero. Gli ospedali sono bloccati per la troppa richiesta di ricovero, causata per l'inesistenza dell' assistenza territoriale e domiciliare. Tutt'oggi, i malati  accedono ai servizi ospedalieri con molta difficoltà. La brutta situazione ospedaliera ha gettato uomini e donne nell'angoscia. Tanti medici  confessano, anzi, denunciano l'impossibilità di curare i malati e, in particolari, i malati di Covid. Negli ospedali i sanitari affermano che sono prossimi a decidere a chi dare la precedenza, per quanto concerne l’accesso alla terapia intensiva. Ovvio, l'accesso alla cura viene concesso alla popolazione più giovane e con maggior possibilità di sopravvivenza. Queste misure eccezionali non possono supplire alle necessità sanitarie eccezionali, ancora ignorate. Nessuna realtà sanitaria può giustificare la tragicità della scelta medica e l'utilizzo, improprio, delle strutture sociosanitarie. Ciò che manca per frenare i contagi e i ricoveri è la pianificazione sanitaria e una vera strategia territoriale.

Il dissenso del personale

Questa emergenza sanitaria giustifica la scelta di affidarsi agli dei. Per liberare il sistema ospedaliero da un eccesso di ricoveri, si è pensato di utilizzare per la cura le comunità residenziali, le Rsa e le Case di riposo. Una decisione silente, non detta, furbesca, degli strateghi della disorganizzazione sanitaria,  che non hanno potenziato l’offerta di prestazioni sanitarie per acuti delle strutture sociosanitarie, dotandole dei minimi dispositivi di sicurezza e di cura. Ove fossero  malati  Covid positivi, tamponati e verificati, le Asl  avrebbero dovuto prevedere la presenza di specialisti infettivologi e polmonari, ma non è stato e non è cosi. I gestori delle strutture sociosanitarie lo dicono in modo chiaro: "A questo punto, è caduta la maschera e i misteri si rivelano furbate. Per garantire un minimo di serietà sanitaria, si dovrebbero prima effettuare i tamponi a tutti gli ospiti e ai  lavoratori della struttura,  verificare il  loro stato di sicurezza, per tutelare i soggetti immunodepressi. Cosi, almeno, si potrebbe minimizzare il rischio infettivo". C'è poi chi, tra i lavoratori sociosanitari ripete: " In questa emergenza sanitaria, dovrebbero organizzare un supporto adeguato alla eccezionalità dell’evento pandemico. Lo stato, la regione, l’Asl  e i comuni non possono “ospedalizzare” una comunità psichiatrica o un servizio sociosanitario per non affrontare i disastri della sanità. Sia chiaro, - dichiarano gli operatori- nei servizi sociosanitari, si trattano patologie croniche e non acute. Quando l'ospite, che è cittadino, ha problemi di salute, ha il pieno diritto di essere portato in ospedale e curato. Le strutture sociosanitarie non sono piccoli ospedali".

Ostacolare il ricovero dei fragili

È vero, le strutture socio sanitarie non sono piccoli ospedali e gli operatori non sono mdici ospedalieri specializzati. I gestori e gli operatori sociosanitari non si fermano a evidenziare il loro impegno contrattuale e le  mansioni di lavoro dei loro dipendenti, c'è chi afferma: "Non si può comprendere chi vuole negare l’accesso in un pronto soccorso o in una terapia intensiva alla persona con disturbi psichiatrici, anche se oberati da un numero pesantissimo di accessi. Così facendo, si nega il diritto costituzionale alla salute. Se  così è stato, o è, non si affronta una pandemia, “portando l’ospedale nelle comunità psichiatrica". È risaputo che i matti, gli anziani e i  disabili hanno il diritto costituzionale alla tutela della loro salute, in termini di presa in carico, tanto quanto gli altri cittadini. È certo, allo stesso modo, che i lavoratori, che si occupano delle persone fragili, hanno gli stessi diritti. Pur accettando e apprezzando il loro impegno nel prendersi cura dei deboli, non possono farsi carico dell'assistenza a domicilio o in struttura dei malati covid. Nessuno vuole polemizzare, ma comprendere è importante. La  pandemia sta mettendo a rischio la popolazione più fragile, bisogna intervenire con celerità, dotando  e organizzando i presidi sanitari nei luoghi dove emergono i bisogni delle persone. Non è il tempo delle  polemiche. L'imperativo categorico è assistere, aiutare, pianificare, intervenire. Se tanto è un bisogno, c'è un'altra necessità: definire un percorso di presa in carico più idoneo per le persone diversamente abili, che vivono in strutture di ricovero e garantire a loro ed ai lavoratori di questi luoghi  tamponi, dispositivi di protezione, le dovute disposizioni professionali contrattuali e il sostegno delle USCA, inesistenti.

I ritardi e i costi

Le strutture sociosanitarie si stanno facendo carico di tutto il percorso infettivo a proprio rischio e a proprie spesa, senza alcun aiuto.  I loro operatori lo dicono in modo esplicito: "Se vogliamo fermare il contagio, è necessario sapere chi è infetto e chi no. Subito. Al di là dell’insorgere della sintomatologia. Per farlo, è assurdo aspettare il tampone dell'Asl dopo 10 15 giorni dall'avvenuta comunicazione di rischio di positività al virus. Che senso ha intervenire con tanto ritardo? Poi, occorre supportare questi luoghi, fornendo ai loro ospiti consulenze infettivologiche, pneumologiche e farmaci antivirali. In linea generale, bisogna creare una dimensione più collaborativa. Se a soccorrere i contagiati da un virus provvedono solo gli operatori sociosanitari delle Comunità residenziali, senza alcun sostegno, si fa crescere il pericolo  e il rischio che il contagio si diffonda aumenta. In questo modo, in breve tempo tutto il personale si contagia e va in isolamento. Dopodiché, per non chiudere, si è costretti ad assumere altro personale. E la storia si ripete. Se non si è riusciti ad avere strategie rigorose per circoscrivere il rischio nemmeno tra operatori ospedalieri  meno che mai ci si può aspettare che si riesca nelle strutture sociosanitarie psichiatriche. In questo teatro pandemico, alcuni gestori, comunque, hanno scelto di mettersi in sicurezza tentando di mantenere una normalità che salvaguardasse gli equilibri di salute sempre più precari. Gli operatori, i gestori e i Sindaci conoscono le cause del disastro sanitario territoriale e l'emergenza medica, perciò bisogna intervenire per non lasciare il cerino nel pagliaio. Se l'agire sanitario non viene pianificato e gestito, presta il dramma volgerà in tragedia.

 *Sociologo e counselor professionale

 

 

Michele Dipace

Admin

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