Le RSA e le Case di Riposo non sono luoghi di cura

Le RSA e le Case di Riposo non sono luoghi di cura

Le RSA e le Case di Riposo non sono luoghi di cura

di Matteo Notarangelo*

Le Case di Riposo e le Residenze Sanitarie non sono vere residenze, ma "cimiteri per anziani". Il ricovero dell'anziano in una Casa di Riposo o in una Residenza Sanitaria Assistita è pericoloso. Peggio. Da quando la persona anziana viene istituzionalizzata, diventa paziente, malato. Con il suo ingresso nella struttura, inizia la sua carriera di “ricoverato”. Il suo status di padre, nonno, persona, cambia e diventa malato, corpo da medicalizzare, da curare, da lavare e da nutrire. A ognuno di loro, vengono compilate alcune cartelle, in cui sono riportati dati anagrafici, familiari e clinici. Nella cartella clinica, accanto alle diverse multipatologie croniche della persone “vecchie”, si leggono diverse diagnosi depressive. Dopo un breve periodo di “residenzialità”, il loro quadro clinico evolve e si evidenziano sindromi di immobilizzazione, infezioni nosocomiali e piaghe da decubito. Con la reclusione "volontaria, quell'anziano, ancora persona, ancora autonomo, ancora capace  di emozionarsi, di creare sane relazioni, è diventato altro da sé, malato,  corpo tenuto in vita, mercificato e fonte di profitto dei nuovi mercanti.

 

E' stato necessario distruggere l'assistenza domiciliare

Tanti anziani “per lo più persone, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, valgono 45 miliardi di euro di Prodotto Interno Lordo. E' questo il linguaggio, insolente e contagioso, dei politici di governo. A sentirli,  pare di vivere in un'altra era storica. Il loro sfrontato lessico ricorda i campi di sterminio, il fumo nauseante dei camini della fredda Polonia. E mentre nelle RSA e nelle Case di Riposo si assiste a una "strage di anziani", in questo tempo pandemico sconvolto da un virus, in giro c'è gente che giustifica la “soppressione di chi rallenta il passo”, ossia “la morte degli anziani improduttivi, peso insostenibile per la società”. Se questa narrazione è difficile da accettare, c'è un'altra più delicata, gradita, dolce che, ormai, invoca e inneggia al mercato, al privato, chiamato e invogliato a creare residenze per anziani, definite dai più accorti “cimiteri per anziani”.  Da diversi anni, sono diversi i cantori politici della terza età, che pianificano e canalizzano i 45 miliardi di euro del Pil verso i nuovi ed equivoci mercati dell'assistenza agli anziani. Per farlo,  hanno dovuto screditare ed eliminare l'assistenza domiciliare integrata alle persone fragili, sopprimere i pochi servizi territoriali pubblici e sfiancare, recidere e squalificare la naturale assistenza familiare. E' risaputo, l'anziano può essere assistito a domicilio, nella sua abitazione, nella sua città, sostenuto dalla sua rete amicale, familiare e sociale, senza essere un peso per alcun figlio o figlia. Questo naturale sostegno è ovvio, economico e umano. Per renderlo reale, sarebbe bastato potenziare l'assistenza domiciliare e “l'abitare leggero”, protetto, libero. La “presa in carico” a domicilio dell'anziano non è un'impresa ciclopica, impossibile per chi volesse prendersene cura. I detrattori della assistenza domiciliare, dei servizi  di sostegno agli anziani nella propria abitazione sanno bene che umanizzare la “cura” di tante persone fragili   ha un costo minore rispetto alla “presa in carico” da parte di una Casa di Riposo o di una RSA. Nonostante le evidenze economiche e scientifiche, le buone e naturali pratiche assistenziali vengono negate. La vita quotidiana, normale e semplice degli anziani, perciò, è stata, ed è, problematizzata. Intorno a tanti familiari, donne e uomini,   hanno creato prima la solitudine, poi l'isolamento e ancora dopo il senso di colpa. Con questi supporti e strategie psicologiche, i manager del disastro socio-sanitario hanno creato il bisogno, indebolendo la cura in famiglia  e, poi, il malfamato mercato dell'assistenza “al vecchio”, da internare nelle nuove istituzioni totali.

 

La difesa legislativa dell'anziano

L'anziano è diventato merce. Il suo internamento è la condizione necessaria per alimentare i profitti non solo dei tanti improvvisati gestori di strutture residenziali. Pertanto, urge la necessità: imprigionare i pensionati fragili. Sul territorio  nazionale, intanto, i governi hanno avviato un lento, costante e decisivo impoverimento economico, familiare e assistenziale con inefficaci politiche sociali. Costoro, dopo aver strutturato l'isolamento a la solitudine dell'anziano, hanno reso impossibile la loro permanenza nella propria abitazione. Il proliferare delle Casa di Riposo e delle RSA è stata la risposta sanitaria a un problema sociale, fatta di isolamento, di solitudine e di rette da pagare. Per farlo, hanno distrutto e saccheggiato le politiche sociali  di comunità e la medicina territoriale, oggi tanto utile. Dagli anni Sessanta, due visioni socio-sanitarie si sono confrontate e scontrate: quella incentrata sulla persona e quella incentrata sul profitto dei bisogni della persona. Un lungo conflitto sociale che è sfociato nel mercato, affidato, spesso, ai nuovi mercanti, divenuti “grandi elettori”. Era il 1968, quando, con la legge Mariotti, gli enti ospedalieri cessarono  di dipendere dagli enti di assistenza o di beneficenza. Erano gli anni della contestazione politica  sindacale e studentesca, quando il diritto alla salute rinunciava alle visioni caritatevoli. Erano gli anni delle riforme, l'inizio di un nuovo scenario socio-sanitario. Nel 1977, dopo aver liquidato gli enti mutualistici quali gestori di attività sanitarie, si costruì un sistema sanitario generalizzato e universale, che garantisse le stesse prestazioni a tutti. Le nuove politiche socio-sanitarie democratiche erano  deboli tentativi per sgretolare la povertà e l'isolamento di tanti anziani, vittime  della trasformazione sociale e economica di quei  favolosi trent'anni. In quegli anni, il conflitto sociale   trovò eco in Parlamento, che approvò un'ambiziosa legge: la 833 del 1978. Con   l'innovativo provvedimento legislativo, l'Italia si avviò verso la modernità ed istituì il Sistema Sanitario Nazionale universalistico, che si finanziava con la fiscalità pubblica.  Da allora, il diritto alla salute cessò di essere condizionato  da una specifica categoria lavorativa e divenne un bene dipendente dal diritto di cittadinanza. Accanto agli ospedali, sui territori, quelle persone, oggi recluse nelle prigioni dedicate alle  fragilità sociali, realizzarono e difesero i diversi servizi socio-sanitari, posti a tutela delle comunità e, in particolare, delle persone fragili.

 

L'attacco alle protezioni legislative dell'anziano

La politica impone il suo mantra: togliere tutte le difese socio-familiari ai pensionati per creare un nuovo mercato. Lo Stato e la sua classe dirigente strutturano il modello di vita e   delegarono le politiche delle fragilità sociali e sanitarie ai  comuni e alle unità sanitarie locali. La stagione delle riforme durò poco. Durante gli anni Ottanta, iniziarono gli attacchi alla protezione sociale e sanitaria universalistica. Alcuni partiti politici ostacolarono la costruzione dei servizi  sanitari pubblici  territoriali, di cui beneficiavano, in particolare,  gli strati più fragili della società, in modo specifico le donne,  gli anziani, i diversamente abili e i folli.  Furono molti coloro che vollero diminuire la spesa sociale, affidando i servizi gratuiti a privati. L'onda delle “lenzuolate” e delle privatizzazioni  avvolse e condiziono' la mente collettiva, che indusse i governi locali a saccheggiare, distruggere e spogliare i territori delle poche e nuove tutele socio-sanitarie pubbliche. Lo slogan era “meno stato più mercato” e chi lo gridava mirava a dirottare la spesa pubblica ai privati, che, a loro volta, finanziavano gli uomini della politica. Erano i tempi in cui si inneggiava al neoliberismo, allo Stato leggero, per cedere tutti i servizi, compreso la sanità, ai privati. “Non ci devono esser pasti gratis”, ripetevano, e creavano i tanti guasti sociali, assistenziali e sanitari. Era il 1992, quando approvarono la legge 421, da cui scaturirono i decreti n. 502  e 517. Una legge che pose al centro non più l'uomo con i suoi bisogni di vita, bensì il mercato con i suoi profitti di Stato. Dissero, e lo ribadirono con un decreto legislativo 229/99, che le USL dovevano diventare ASL, aziende, gestite da Direttori generali, nominati con criteri politici, dai Presidenti delle regioni. Erano gli anni dei ticket e dei ricoveri in camere a pagamento. Il peggio arrivò con la riforma del titolo V della Costituzione, che  favorì la distruzione delle piccole strutture sanitarie e ospedaliere territoriali, aprendo il mercato, a un privato politico-mercantile. Poi, fu la volta di Mario Monti, della spendig reviu con il fine di togliere risorse alla sanità pubblica e allo stato sociale per deviarle verso i mercati, verso il mercato protetto dallo stato liberista (sic!), che continua a godere di protezioni governative e di risorse pubbliche. Lo premiarono: in pochissimi giorni il gruppo di Bilderberg lo volle senatore a vita.

 

L'invenzione delle RSA

Dopo aver reso impossibile la cura a casa di tanti anziani, inventarono le RSA, spesso realizzate e affidate a “nuovi” e “strani” gestori. Le strutture residenziali manicomiali erano giustificate dalla necessità di fornire assistenza a persone non autosufficienti, “clinicamente stabilizzati”, ma non assistibili a domicilio per mancanza di un sostegno familiare. Queste RSA  vennero presentate come alberghi protetti per anziani non autosufficienti, privi di assistenza ospedaliera e per un periodo di tempo limitato. Eppure, a vederle sembrano reparti ospedalieri di lungodegenza! Si capisce che questi ambienti, così organizzati, sono inadatti  e non possono fornire una qualità di vita  agli anziani imprigionati per vecchiaia. Non importano le considerazioni umane, la sanità e l'assistenza residenziale erano il nuovo territorio da occupare e da affidare alla imprenditoria privata, vicina, molto vicina ai partiti politici.

 

Il ricatto alle famiglie degli anziani “improduttivi”

In silenzio. Si, in silenzio. I familiari aspettano il tramonto della vita del congiunto. Il silenzio è il compromesso, il “patto tacito” con i gestori delle RSA. I familiari lo praticano per difendere il loro disimpegno assistenziale. In cambio, i gestori li garantiscono di non rischiare di assistere il proprio “vecchietto” a casa propria.  E allora? Nessuno protesta, nessuno impedisce l'abuso della contenzione e l'uso smoderato degli psicofarmaci. Però, la sera sono tutti adagiati sui letti. Dicono di guardare un televisore con "voci magiche", che narrano altre storie.

                                                                                                                                                                

 *Sociologo e counselor professionale

Michele Dipace

Michele Di Pace

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