Le scuole italiane, tra pandemia, dad, agguati politici, supplentite e concorsite

Le scuole italiane, tra pandemia, dad, agguati politici, supplentite e concorsite

Le scuole italiane, tra pandemia, dad, agguati politici, supplentite e concorsite

Che la pandemia abbia avuto sulla nostra società civile, sulla nostra economia e su noi stessi un impatto devastante è chiaro a tutti, ma non so se sia ancora altrettanto chiaro quanto il Covid abbia inciso invece sull’istruzione pubblica: parlo di scuole chiuse e didattica a distanza.

E’ stato giustissimo chiudere le scuole subito, di fronte alla minaccia di un virus così pericoloso, è stato giusto cercare di applicare strumenti diversi, una volta compreso che questa situazione si sarebbe protratta nel tempo, ma sarebbe stato altrettanto giusto forse non “costringere” gli addetti alle segreterie scolastiche (assistenti amministrativi) e i bidelli (collaboratori scolastici) ad assicurare comunque la presenza fisica.

E’ vero che poi si è provveduto ad attuare il lavoro a distanza anche per gli assistenti amministrativi, ma chiedere ai collaboratori scolastici di provvedere alla apertura, disinfezione e sanificazione dei locali e delle aule è stato un grave azzardo giuridico, se non una violazione palese di tutte le norme sulla sicurezza e derivarti dai contratti collettivi di lavoro.

La didattica a distanza, una volta chiuse le scuole, si è resa necessaria e penso anche che abbia avuto un effetto positivo: la consapevolezza da parte delle famiglie

che il lavoro del docente non è poi tanto semplice così come viene descritto e che seguire i figli, nella didattica, giorno per giorno, non è poi tanto facile!

Tempo, disponibilità, serenità e sensibilità non sempre si sposano con i tanti impegni richiesti oggi alle famiglie, è vero, ma è altrettanto vero che la padronanza di strumenti e capacità educativo-didattiche non si regalano, ma sono il frutto di anni ed anni di studio ed esperienze sul campo.

Ho visto pure tante pasdaran del modello finlandese, ovvero quello basato appunto sulla didattica a distanza, convertirsi come Paolo sulla strada per Damasco!

In verità, già prima del Covid, si erano sollevati dubbi su questo modello da parte di tanti addetti ai lavori, soprattutto in ambito matematico-scientifico, dove avrebbe invece mostrare i risultati migliori.

Di fronte all’utilizzo forzoso di questo strumento educativo-didattico, poi, in molti hanno compreso che, nella migliore delle ipotesi, questa metodologia non potrà mai sostituirsi del tutto a quella frontale.

In sintesi, alcune famiglie hanno compreso che il docente non è solo un babysitter e molte colleghe che, a volte, quelli che, con sprezzo, vengono indicati come metodi tradizionali, non sono poi tanto male.

Non credo sia piaciuta a bambini, alunni e studenti: ai bambini è mancato lo stare insieme, il condividere, il diritto al gioco; ad alunni e studenti il confrontarsi quotidiano con colleghi, amici e docenti.

Guardiamo però ora al futuro e cioè al come e quando riaprire le scuole per l’anno scolastico a venire, una volta compresa la difficoltà a farlo per l’anno corrente (cosa su cui concordo ampiamente).

Sul punto, sembra che né il Ministro, né tanti dirigenti del Ministero dell’Istruzione, né tanti illustri pedagogisti abbiano oggi una benché minima idea di come farlo, tanto da spararne di ogni.

La più originale appartiene proprio al nostro Ministro: collegando la necessità del distanziamento sociale alla denatalità, ha tranquillamente affermato che non fosse necessario ampliare l’organico dei docenti.

Nessuna nuova assunzione quindi, se non quelle ordinarie, dovute ai pensionamenti, e quelle straordinarie, dovute alla quota 100, che l’anno scorso non sono andati per le assunzioni in ruolo, ma in supplenza.

E’ noto a tutti ormai come la scuola pubblica italiana sia da sempre afflitta dal male oscuro, ma non tanto, della supplentite: in questa scuola, sempre più privata e sempre meno pubblica, ogni anno, circa 170mila supplenti si offrono come tappabuchi, garantendo il servizio di fronte alla sostanziale inerzia dei vari governi che si sono alternati negli ultimi vent’anni, di ogni colore e provenienza.

Il ricorso al docente supplente è fisiologico in tutto il mondo, ma mai nelle dimensioni italiane ed ogni anno, una quota cospicua di cattedre non viene coperta, per mancanza di docenti aventi diritto all’immissione in ruolo, e questo nonostante la presenza di varie graduatorie di concorso, pregresse e successive.

Anche qui, dopo i pasdaran del metodo finlandese, incontreremo quelli del concorso (l’articolo 97 della Costituzione in effetti afferma che nella pubblica amministrazione si entra per concorso, salvo però i casi espressamente previsti dalla legge, prevedendo quindi sì una riserva di legge, ma relativa, non assoluta).

Nella scuola italiana, in effetti, le assunzioni non sono mai avvenute solo per concorso, anzi, spesso, senza.

Eppure, mentre bandiamo nuovi concorsi, in alcune Regioni d’Italia, chiaramente soprattutto al Sud, vincitori di concorso, posizionati in apposite graduatorie, attendono l’assunzione dal lontano 1999!

Non sarebbe forse più giusto quindi procedere a nuovi concorsi solo nelle regioni o nelle provincie dove è necessario?

In effetti questo principio era stato stabilito già dal governo gialloverde, d’intesa coi sindacati di categoria, prima che un improvviso attacco di salvinite acuta ci portasse alla crisi di governo e poi alla nascita della nuova legislatura.

Ora invece assistiamo ad una nuova battaglia politica, dove i dem provano ad infiammare gli equilibri della compagine governativa usando anche la scuola per ottenere nuove prospettive politiche e sociali.

E i concorsi ne sono diventati l’arma prescelta: è di questi giorni il susseguirsi di interventi di alcuni politici che hanno chiesto al Ministro che il concorso straordinario avvenga per soli titoli: il concorso ordinario è quello aperto a chiunque possiede il titolo di studio richiesto per l’insegnamento, quello straordinario a chi ha insegnato almeno tre anni.

Fino ad oggi, concorso ordinario e straordinario non si sono svolti mai per soli titoli, ma sono state previste sempre prove scritte, orali e test preselettivi: sarebbe quindi la prima volta, giustificata, secondo i fautori di questa soluzione, dall’emergenza Covid.

Concordo con chi prospetta tale via d’uscita: siamo in una situazione di emergenza, con la scuola che dovrà riaprire a settembre, rispettando le norme sul distanziamento sociale; serviranno più aule e più docenti (checché ne dica il Ministro) e i tempi sono ristretti, tali da impedire l’espletamento di tutta la lunga trafila concorsuale (si attendeva inoltre la pubblicazione di questi bandi da almeno un anno: potevano farlo prima, meglio e senza attendere il Covid).

Sono d’accordo, ma con dei distinguo: mi sarei atteso un tale zelo anche nei riguardi di altre fasce di precari, e cioè quelli che un concorso lo hanno già vinto da anni e che aspettano una cattedra da decenni.

Molti di questi docenti risiedono e vivono proprio al Sud: sono i vincitori del concorso 1999, 2016, 2018, che attendono ancora una cattedra e le cui graduatorie sono ancora colme, a differenza di quelle del nord.

Umilmente e sommessamente, proporrei delle soluzioni che più rispetterebbero le esigenze di scuola, diritto allo studio e precari: non dimentichiamo che non stiamo parlando di un egoistico diritto all’assunzione, ma del sacrosanto diritto di ogni bambino, famiglia, alunno e studente di conoscere ogni suo docente dal primo e fino all’ultimo giorno di scuola e magari anche per l’anno successivo, senza dover assistere ai soliti balletti di ogni anno o mese.

Io credo che non esista una soluzione unica e che, come già prevedevano gli accordi sindacati-governo gialloverde, i concorsi vadano indetti solo nelle regioni e nelle provincie dove vi siano cattedre scoperte e solo ed esclusivamente per le classi di concorso dove i docenti manchino.

E credo inoltre che vadano indetti solo dove non vi siano graduatorie di aspiranti che da decenni attendono col cuore in gola l’immissione in ruolo.

Un concorso straordinario, riservato a chi ha almeno tre anni di servizio e per soli titoli non sarebbe una sanatoria, ma il giusto riconoscimento nei riguardi di quei docenti che per anni hanno fatto da tappabuchi in tutt’Italia e al nord soprattutto, pagando canoni di locazione e spendendo una barca di soldi in vitto e biglietti di bus, aereo o treno.

Risolverebbe poi il problema che affligge le scuole del nord da decenni: la continuità. Niente più balletti o nomine ad anno scolastico già in corso, se non in misura assai ridotta.

E non rappresenterebbe un problema nemmeno la mancata abilitazione all’insegnamento: solo per insegnare in infanzia e primaria è infatti previsto un titolo abilitante, per il resto la laurea di per sé non è abilitante all’insegnamento, il che complica, per chi non ha un titolo abilitante, la procedura di assunzione in ruolo.

Ma abbiamo visto come questo governo si sia comportato dinanzi alla emergenza covid in campo sanitario: nulla vieta di rendere una laurea abilitante in un momento di urgenza, oppure, come avviene in Svizzera, là dove non vi siano abilitati a sufficienza, di prevedere che chi partecipa alla procedura concorsuale si impegna a frequentare, nel corso dell’anno, corsi abilitanti predisposti ad hoc.

E non mi si venga a dire che nella scuola si entra solo per concorso: al di là della riserva di legge (relativa) posta dall’art.97 della Costituzione, in Europa il concorso non è l’unico sistema di reclutamento del personale scolastico in generale e dei docenti in particolare e, forse, nemmeno quello preferito.

Ma, al di là di questo, riflettiamo su una circostanza: siamo l’unico paese al mondo, l’unico, che costringe un docente ad attendere magari vent’anni per raggiungere il sogno tanto agognato dell’immissione in ruolo, costringendolo prima a girare mezza Italia e a dissanguarsi economicamente e socialmente.

Siamo l’unico paese a farlo, in Europa e nel mondo: chiediamoci perché e se sia giusto.

Di Giuseppe De Cicco

 

Michele Dipace

Michele Di Pace

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