L’EMERGENZA NAZIONALE E’ IL SUD, ALTRO CHE “QUESTIONE SETTENTRIONALE”

L’EMERGENZA NAZIONALE E’ IL SUD, ALTRO CHE “QUESTIONE SETTENTRIONALE”

L’EMERGENZA NAZIONALE E’ IL SUD, ALTRO CHE “QUESTIONE SETTENTRIONALE”

di Enzo Lionetti*

Negli ultimi 17 anni, lo Stato italiano ha tolto 840 miliardi di euro dalle regioni meridionali e li ha assegnati al Nord ricco e opulento. Nell'ultima legge finanziaria pre-covid, per le Olimpiadi di Milano-Cortina è stato stanziato 1 miliardo di euro e per la seconda linea metropolitana di Torino sono stati stanziati 800 milioni di euro. E' sempre in corso di approvazione lo stanziamento per il TAV Torino - Lione che ammonta a 10-12 miliardi di euro. Senza dimenticare l'autostrada BREBEMI e la Pedemontana Veneta. E come non citare il famoso caso storico del MOSE di Venezia, voragine dello Stato italiano che costa dai 4 ai 6 miliardi di euro, affidati in maniera grottesca ad un Consorzio privato, senza un minimo di procedura di evidenza pubblica. Gli stanziamenti per la sanità pubblica e per i servizi di assistenza sociale sono da decenni a favore del Nord Italia. Al capitalismo del Nord Italia piace vincere facile. Con i soldi dello Stato italiano si produce e si guadagna.

E questo modello di riferimento, che ha funzionato e per questo è stato replicato nel corso del tempo in maniera sempre più crescente, ha visto la complicità di partiti come la Democrazia Cristiana, come il Partito Comunista negli anni sessanta e settanta, con il Partito Socialista negli anni ottanta dello scorso secolo. L'evoluzione del modello è arrivata con la discesa in campo di Berlusconi e della Lega Nord, simboli di un capitalismo arrembante e di una barbarie culturale e politica, a cui il salotto buono di Piazzetta Cuccia a Milano e di Viale dell'Astronomia a Roma non hanno saputo resistere. In molti casi non hanno voluto resistere.

Il modello della Questione settentrionale fondato sul razzismo nei confronti della Popolazione meridionale per affermare le ragioni della supposta superiorità del sistema industriale settentrionale, alla ricerca di continue fonti di approvvigionamento pubblico per mantenere la propria sopravvivenza, ha determinato un tale sconquasso di proporzioni inimmaginabili, portando il PIL dell’Italia a valori miseri nei confronti dei competitor mondiali, lasciando una parte del Paese nell’arretratezza economica.

Questo modello non ha più ragion d’essere, non ce lo possiamo permettere, il sistema Italia non se lo può permettere più. Non ha senso un’Italia duale, non ha senso infrastrutturare una sola parte dell’Italia già di per sé ricca, con iniziative ridondanti ed a bassissimo se non nullo effetto moltiplicatore, anzi foriero di un consumo di suolo e di un’industrializzazione selvaggia che ha determinato e determinerà sempre più condizioni di disequilibrio ambientale, di inefficienza e di forti tensioni.

La Questione meridionale si pone come elemento di forte attualità in quanto applicazione del principio di Equità sancito in Costituzione. I padri costituenti hanno lasciato un’eredità disattesa, violentata da logiche partitocratiche saldate da un becero capitalismo, che occorre riprendere e valorizzare, perché frutto di un lungo ragionamento in Assemblea Costituente che cementò le istanze territoriali alle giuste rivendicazioni sociali e culturali.

Un lavoro lungo ben 16 mesi, da giugno 1946 a dicembre 1947, in cui una volontà di riscatto, di rinascita, di rivendicazioni morali e culturali, diede vita ad un favoloso equilibrio istituzionale e di elementi programmatici per il futuro del Paese.

La Questione Meridionale è il vero anello di congiunzione tra l’esigenza di apprestare un futuro sviluppo equilibrato ed armonico tra aree territoriali, di riconquistare un ruolo nel panorama internazionale e di dare opportunità di libera espressione imprenditoriale, sociale e culturale ad un territorio, la parte meridionale della penisola italiana ed insulare, fin troppo bistrattata artatamente ed in maniera beffarda da un sistema politico-imprenditoriale egoista.

Vediamo i risultati che la Questione settentrionale ha portato. Sulla base di questi risultati analizziamo la convenienza a ripercorrere un processo di decisioni pubbliche che vede il Nord in prima fila ed il Sud “a traino” del sistema imprenditoriale nordcentrico. Il risultato è fallimentare, è inadeguato, è inefficiente, è insulso e retrogrado.

Nel ventesimo secolo ha potuto avere spazio per un annicchilimento della classe dirigente politica e sociale.

Nel ventunesimo secolo gli spazi di manovra si sono ridotti ampiamente, la mobilitazione culturale e sociale, oltre che ampi strati di sistema imprenditoriale, pongono la Questione Meridionale come unica ed irrinunciabile strategia di azzeramento del divario Nord/Sud, di recupero di una dignità offesa e di valorizzazione delle risorse presenti nel Meridione d’Italia.

Solo con forti investimenti in infrastrutture necessarie al Meridione, il moltiplicatore degli investimenti pubblici può esercitare la sua funzione di propagazione di effetti positivi nel sistema economico e sociale, in quanto va ad aumentare l’efficienza e la produttività unitamente all’innalzamento dei livelli di prestazione sociale che uno Stato moderno ed efficiente deve perseguire, nel solco degli auspici dei nostri Padri Costituenti e prefigurati da grandi Economisti come Salvemini o Caffè.

Solo con una forte azione statale di contrasto all’inefficienza e di ampio controllo della spesa pubblica, possono determinarsi le condizioni idonee allo sviluppo dei territori meridionali, grazie ad un rinnovato spirito collettivo di Giustizia e Legalità che sta pervadendo il tessuto connettivo sociale e culturale meridionale, purtroppo sulla scorta di tragedie collettive come quelle di Falcone e Borsellino o con l’opera di egregi ed inossidabili uomini di Stato come Nicola Gratteri e Nino Di Matteo. O con l’abbattimento delle Vele di Scampia, simbolo di una politica miope di ghettizzazione di ampi strati sociali in quartieri monstre che il grande Pasolini aveva già denunciato.

Il Sud ha voltato pagina. Le Vele di Scampia sono state demolite. La nuova Questione Meridionale è l’emergenza nazionale e l’occasione di riscatto di un intero Popolo, che vuole continuare ad essere unito ma nel rispetto delle reciproche prerogative di sviluppo ed equità.

Lungamente dimenticato e sacrificato sugli altari di un neo colonialismo capitalistico, bistrattato ed oltraggiato per mano di scribacchini e per bocca da insulsi politicanti entrambi pagati con le tasse di tutti gli Italiani, il Sud si appresta a vivere il momento più decisivo della sua Storia.

La sua lunga tradizione di Popolo pacifico ed operoso, culminata nel periodo dorato ottocentesco del Regno delle Due Sicilie che lo ha portato a divenire la terza potenza economica europea, dove a Pietrarsa e Mongiana, rispettivamente Campania e Calabria, erano presenti i due più importanti stabilimenti siderurgici dell'intera penisola e tra i più grandi in Europa, con migliaia di addetti, che distanziavano notevolmente gli addetti di Genova della nascente Ansaldo.

Meccanica pesante e di precisione, costruzioni ferroviarie e industria energetica erano già allora uno dei settori più importanti dell'economia meridionale.

L'unità d'Italia ha provveduto a distruggere il sistema economico della parte meridionale della penisola italiana, nel nome di una precisa volontà politica di distruggere tutto ciò che era riconducibile alla famiglia reale dei Borbone, visti come antagonisti della famiglia reale dei Savoia e quindi da annientare non solo fisicamente ma anche e soprattutto culturalmente.

La Questione Meridionale parte in quegli anni, suggellata dal radicale lombardo Antonio Billia, per confezionare la più grande fake news di tutti i tempi, ovvero dipingere il Regno delle Due Sicilie come il male assoluto ed il luogo dell'arretratezza economica e sociale, il luogo del malaffare e della dissolutezza, il luogo della pedante burocrazia borbonica.

Il Mezzogiorno, nell'accezione costituzionale repubblicana, è stato visto come luogo di scambio, ovvero assistenza versus consenso politico, in cui le industrie di costruzione del Nord hanno fatto affari d'oro con la Cassa del Mezzogiorno, sottopagando gli operai con subappalti da miseria, finanziando le Mafie, la Camorra e la 'Ndrangheta per ottenere chissà quali protezioni, ma sempre a spese dello Stato con revisione dei prezzi e varianti in corso d'opera che hanno portato a costi esorbitanti le opere pubbliche meridionali.

Ma l'elemento distintivo del capitalismo italiano, prettamente radicato a Nord, è caratterizzato da un elemento distintivo pregnante, il ricorso al contributo dello Stato italiano che si è sempre prestato nel concedere indennizzi, elargizioni e grandi appalti pubblici.

L'industrializzazione del Nord Italia avvenuta con il Piano Marshall ed in seguito con la grande opera di infrastrutturazione del territorio, ha generato una redditività enorme nelle famiglie capitalistiche, alle spalle di uno Stato italiano sempre pronto ad approvare leggi di favore e concedere posizioni di vantaggio alle regione settentrionali.

Questo succede anche oggi. Lo Stato italiano pensa solo al Nord concedendo benefici e contributi senza un minimo di rendiconto sociale nei confronti dell'intera nazione italiana.

*direttivo nazionale M24A-ET

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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