L'INIQUA DISTRIBUZIONE DEI FONDI PER LA SANITÀ TRA SUD E NORD

L'INIQUA DISTRIBUZIONE DEI FONDI PER LA SANITÀ TRA SUD E NORD

L’INIQUA DISTRIBUZIONE DEI FONDI PER LA SANITÀ TRA SUD E NORD

di Eduardo Fazzari

Tutta l’Italia è in piena emergenza Covid-19, ragion per cui non è il momento di fare polemica. Questa emergenza sanitaria sottolinea però un grave problema che scaturisce da un divario di trattamento troppo accentuato tra la Sanità nelle regioni del Sud e quelle del Nord. Dal 2009 in poi le regioni del Sud ricevono già una fetta della torta più piccola di quanto spetterebbe loro in proporzione a parità di popolazione. Nel seguente link un articolo in cui si effettua una ricostruzione documentata di questo furto perpetrato ai danni delle regioni meridionali: Il Movimento 24 Agosto per l'Equità Territoriale denuncia il furto al Sud.

I soldi destinati alla Sanità del fondo nazionale sono ripartiti nel seguente modo: per il 42% al Nord, per il 20% al Centro, per il 23% al Sud, per il 15% alle Regioni a statuto speciale. A tal proposito la Corte dei conti ha stabilito che i “livelli essenziali di assistenza” non sono uguali su tutto il territorio nazionale (con buona pace di Zaia, che andava affermando, mentendo, al Corriere della Sera “alcune comunità del Sud, che esportano malati con la valigia in mano, non hanno avuto meno soldi di noi”).

Il rapporto Svimez 2019 sancisce che al Sud la spesa sanitaria è inferiore del 25% rispetto al Centro-Nord.

Mediamente la spesa pro-capite per la sanità in Italia è di 1888 euro, ma se andiamo ad esaminare la spesa, per le regioni del Sud scopriamo che è sensibilmente più bassa: in Campania (1.729 euro), Calabria (1.743), Sicilia (1.784) e Puglia (1.798); mentre la spesa pro capite più alta si registra nelle province autonome di Bolzano (2.363) e Trento (2.206), e a seguire nelle regioni del Nord, Liguria (2.062), Valle d’Aosta (2.028), Emilia-Romagna (2.024), Lombardia (1.935), Veneto (1.896).

Inoltre gli indicatori dimostrano che di anno in anno aumentano maggiormente i fondi per le regioni del Nord rispetto a quelle del Sud; ad esempio dal 2017 al 2018 le quote per la Lombardia e per il Veneto sono aumentate rispettivamente dell’1,07% e dello 0,87%, contro l’aumento dello 0,75% della Calabria e 0,42% della Basilicata.

Le regioni del Nord, fra il 2012 e il 2017, hanno ottenuto mediamente quasi un miliardo annuo in più rispetto a quelle del Sud; paragonando l’Emilia-Romagna alla Puglia, che hanno una popolazione simile, alla regione del Sud sono arrivati 900 milioni di euro in meno. Continuando nel parallelo tra Puglia ed Emilia-Romagna, ricordiamo che se le due regioni fossero state trattate nello stesso modo adesso la Puglia avrebbe circa 16500 operatori sanitari in più tra medici e infermieri.

Mediamente ci sono 12,1 dipendenti nella Sanità delle regioni del Nord, contro i 9,2 al Sud; 3,37 posti letto ogni 1.000 abitanti al Nord, contro i 2,82 nel Sud; una terapia intensiva ogni 11.000 abitanti al Nord, una ogni 14.000 nelle regioni del Sud, se nel Centro-Nord i posti letto sono 791 su 100.000 abitanti, nel Mezzogiorno i posti calano a 363. In pratica ogni anno il Sud riceve circa 4 miliardi di euro in meno per i circa 21 milioni di cittadini residenti al Sud, che in pratica si traducono, tra le altre cose, nella mancanza di circa 100.000 operatori tra medici ed infermieri.

Questa situazione tragica comporta due fenomeni che innescano un circolo vizioso nelle regioni del Sud (e, come recentemente ha confermato la giornalista Gabanelli ospite nella trasmissione televisiva Dimartedì, le regioni del Nord non hanno alcun interesse che si risolva questa situazione, anzi…):

Circa il 10% dei pazienti meridionali preferiscono migrare nelle regioni del Nord per curarsi, in quanto queste sono meglio sovvenzionate e quindi meglio attrezzate (incrementando così il circolo vizioso del divario tra le regioni, arricchendo le strutture sanitarie del Nord per oltre 4 miliardi e mezzo di euro ogni anno);

Secondo dati Istat addirittura il 10% dei meridionali rinuncia a curarsi (situazione che comporta l’accorciarsi della vita media al Sud, che si stima durare 10 anni in meno rispetto a quella dei settentrionali).

Prendendo atto di questo quadro, nonostante la situazione in Lombardia sia straziante agli occhi tutti da Nord a Sud, la proposta di dirottare i fondi europei destinati al Sud (che già ne riceve troppi di meno includendo anche quelli) appare intollerabile; specialmente se consideriamo che il virus ormai è arrivato in quel Sud, che per quanto detto finora, non è assolutamente attrezzato a combattere (specialmente se aggiungiamo che mascherine destinate alle Calabria e reagenti chimici per i tamponi destinati alla Puglia, vengono dirottati in questo momento di crisi verso la Lombardia).

Mentre nel Sud le regioni sono costrette a ridurre la spesa sanitaria pro-capite, in alcune regioni del Nord, considerate anche esempi virtuosi, vengono prodotti passivi notevoli; la Toscana, considerata tra le regioni modello per il sistema sanitario, ha prodotto 32 milioni di passivo nel 2018 (il Piemonte e la Liguria rispettivamente circa 52 e 56).

Queste differenze di trattamento si traducono in due pesi e due misure per il diritto alla salute dei cittadini. Tutto ciò non è più tollerabile per la dignità dei cittadini meridionali. Se pensiamo che la situazione potrebbe addirittura peggiorare con le autonomie (per come richieste dalle tre regioni del Nord-Est), la situazione è agghiacciante, specialmente dopo quanto ci ha mostrato il Coronavirus con questa epidemia.

 

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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