L’ITALIA E LE “AUTONOMIE DIFFERENZIATE” IN TEMPI DI COVID-19: IL VIRUS SULLA PIAGA DEL DISASTRO

L’ITALIA E LE “AUTONOMIE DIFFERENZIATE” IN TEMPI DI COVID-19: IL VIRUS SULLA PIAGA DEL DISASTRO

L’ITALIA E LE “AUTONOMIE DIFFERENZIATE” IN TEMPI DI COVID-19: IL VIRUS SULLA PIAGA DEL DISASTRO

di Giancarlo Pugliese*

A volte, i grandi concetti sbagliati si celano già dietro i termini utilizzati. Ad esempio : i “Governatori”. Li chiamano così, nei discorsi che sentiamo dai politici, o nei dibattiti televisivi, o nei servizi giornalistici. Ma nell’Ordinamento italiano non esiste nulla del genere. Le regioni italiane non sono mica gli Stati degli USA, da cui questo termine appare mutuato, più o meno da una ventina d’anni. Per cui non esistono “governatori” ma solo Presidenti di Giunta Regionale. “Tale analfabetismo istituzionale – sottolinea lo storico e saggista meridionale Piero Bevilacqua – non è solo erroneo e infondato ma anche dannoso”.

Il perché è presto detto. La voluta enfasi della definizione ha un effetto pratico, che è al contempo anche un fine: si intende attribuire maggiore “solennità” al ruolo, facendo passare l’idea che l’Italia sia non più “solo” uno Stato unitario con autonomie regionali; bensì, un Paese che sta correndo ad ampie falcate verso un futuro federale, anzi no, correggiamo : di “autonomie differenziate”. Va da sé che il dibattito a riguardo, più che su una rielaborazione globale dell’architettura istituzionale dello Stato, imposti purtroppo il problema in termini che sembrano parafrasare il George Orwell di “Animal Farm” : “In Italia, sono riconosciute le autonomie di tutte le Regioni. Ma alcune sono più ‘autonome’ delle altre”.

E qui casca l’asino (che sempre animale è).

Ormai un bilancio, da quando è in vigore l’elezione diretta del Presidente della Regione (si era a metà anni Novanta, parto di un processo normativo effetto del contesto di Tangentopoli), possiamo trarlo. E’ quello infatti il momento in cui ai Presidenti viene attribuito, più sul piano della sensazione avvertita che su quello prettamente giuridico, un “ruolo” nuovo e maggiore. Ebbene, a voler essere benevoli, la cifra più evidente che tali “governatori”, alias presidenti, mostrano da anni è stata l’inadeguatezza ai propri compiti. Potremmo infatti quasi divertirci a mettere in fila l’elenco di nomi di presidenti di Regione risultati inquisiti, arrestati e/o condannati, fino alle estreme conseguenze di condanne a restrizioni della libertà personale (vedi Formigoni/Lombardia – e Galan/Veneto). E questo, a tutte le latitudini ed ad ogni grado di autonomia, anche “speciale” (vedi gli scandali della Regione Autonoma della Val d’Aosta). Con una certa recrudescenza del fenomeno a Nord, tanto da rendere grottesca (se non fosse che sui media gli si conceda tuttora un’amplissima liceità di dibattito) la giustificazione della richiesta di “maggior autonomia” da parte del “Lombardo-Veneto”  sulla base della “maggior efficienza/onestà” nell’uso delle risorse pubbliche, a differenza delle presunte gestioni scriteriate e scialacquatrici delle regioni del Sud.

Insomma, “Noi vogliamo tenerci (in realtà, prenderci) più soldi (dello Stato, quindi di tutti) perché siamo più bravi”. Ecco. Per smentire questa gran frescaccia (e non finiremo mai di stupirci che nessuno lo faccia con la perentorietà che la questione richiederebbe) basterebbe rammentare che gli scandali più grandi e onerosi per le casse pubbliche in ambito sanitario sono stati quelli che hanno interessato le diverse giunte lombarde (sin dai tempi di Tangentopoli, passando per il galeotto Formigoni, tacendo delle inchieste recentemente aperte su Fontana); mentre il più grosso caso di sperpero di denaro pubblico dell’intera storia d’Italia, con tanto di inchieste per corruzione/concussione e pesanti condanne penali, resta quello del MOSE, nell’algido Veneto.

Senza andare troppo lontani, è purtroppo l’attualità dell’emergenza virus che tutti noi stiamo vivendo a testimoniare quanto sia inadeguato rispetto alla realtà il dibattito politico sulle autonomie differenziate. Scrive sempre Bevilacqua: “La gestione dell’emergenza sanitaria è stata e continua ad essere una drammatica simulazione in vivo di cosa accadrebbe all’Italia se venisse riconosciuta l’autonomia differenziata pretesa da alcune regioni del Nord. Se lo spettacolo di caos istituzionale a cui assistiamo avviene in condizioni di estremo pericolo e necessità come quelle di oggi, è lecito immaginare che in tempi normali avremmo le guerre per bande regionali.”

Sarebbe un colpo basso sottolineare i disastri sulla gestione dell’emergenza Covid-19 da parte della Lombardia (e non solo). Un aspetto fin troppo facile da rimarcare, e che perciò eviteremo di chiamare in causa, perlomeno in questo articolo.

Perchè il tema che vogliamo affrontare è un altro. Il punto nevralgico del discorso non è stabilire che architettura istituzionale debba avere l’Italia in futuro, ipotizzando o meno un maggior decentramento politico, quando non una “federalizzazione” del Paese, non si sa bene se sulla base degli attuali confini regionali o meno. La questione è un’altra: decentralizzare è responsabilizzare. Alcune regioni dell’Italia settentrionale, anche di  “opposte” colorazioni politiche, vogliono di più per sé stesse, nonostante (dati Eurispes 2020) abbiano già avuto di più. Tanto nella Storia di questo Paese (più infrastrutture, più investimenti, più trasferimenti statali, più servizi) quanto nell’ultima decade da cui è in vigore la c.d. “Legge Calderoli”. Quella dal cui disegno originale furono, di fatto, stralciati i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazion) nel momento in cui ci si rese conto che , con l’introduzione degli stessi, le regioni del Sud, accusate di sprechi, scandali, gestioni scellerate dei fondi pubblici, anziché “dare” al Sistema avrebbero invece dovuto “ricevere”. Questo perché la fotografia storica era impietosa: al Sud è sempre stato dato di meno. Come se non fosse parte del Paese, ma solo un’appendice, comoda quale mercato di sbocco, serbatoio di mano d’opera a basso costo e facile da “integrare” e, all’occorrenza, e grazie al cronico deficit di lavoro, dispensa di voti facilmente manipolabile (si pensi al voto alla Lega al Sud, secondo alcune ipotesi di inchieste in atto in Calabria, di natura in certa parte clientelare).

Ecco. Su questa base, una base di partenza profondamente iniqua, qualsiasi ipotesi “federale” o di “autonomia differenziata” non può significare altro obiettivo né sortire altro effetto che una “cristallizzazione” del divario e delle minori opportunità per le regioni centro-meridionali, che si intende in tal modo portare alle estreme conseguenze, concentrando tutte le energie maggiori del paese verso una sola sua parte.

In altre parole, la cristallizzazione di un furto. Un furto ai danni quantomeno del 34% del territorio italiano, ma con ben poche speranza anche da parte di altre regioni come Lazio, Marche o Umbria, di rientrare nell’elìte regionale del Paese e di non peggiorare piuttosto le proprie condizioni.

Contro questo furto, contro questa idea che, in tempi di crisi, si è ulteriormente rafforzata, di confinare il Sud Italia (e non solo) all’eterno ruolo di “colonia di consumo”, “bad company” di uno Stato che intende salvare dal fallimento solo una sua parte, il Movimento 24 Agosto trae la sua ragione fondante.

La Storia insegna che il massimo periodo di splendore per l’Italia unità, il “trentennio glorioso” del boom economico, è coinciso con l’unica stagione in cui è avvenuta una – seppur non decisiva – riduzione del divario tra Nord e Sud. Solo una politica di equità tra i territori di questo Paese può salvarlo dal disfacimento e dalla deriva economica e sociale. Altrimenti, i territori bistrattati dovranno ragionare seriamente sul senso, e sulle finalità ad esso connaturate, dell’esistenza stessa di uno Stato chiamato Italia. Con tutte le conseguenze del caso.

*Circolo M24A-ET “Marche”

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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