MA PERCHE’ INVECE DI AUTONOMIA NON PARLIAMO DI SECESSIONE?

MA PERCHE’ INVECE DI AUTONOMIA NON PARLIAMO DI SECESSIONE?

MA PERCHE’ INVECE DI AUTONOMIA NON PARLIAMO DI SECESSIONE?

MA PERCHE’ INVECE DI AUTONOMIA NON PARLIAMO DI SECESSIONE?

di Paolo Mandoliti*

L’Osservatorio diretto da Carlo Cottarelli, puntualmente sta promuovendo studi (sempre con le stesse firme, quelle di Gottardo e Galli) che provano a smentire il furto quasi ventennale ormai di 61 miliardi l’anno grazie alla mancata applicazione dei LEP sostituita dal criterio della spesa storica, e un altro che batte sulla bandiera del cosiddetto “regionalismo differenziato”: il residuo fiscale.
Quando non si hanno argomenti validi, si riprendono, copiandoli (e facendoli passare per studi approfonditi) argomenti visti e rivisti, fritti e rifritti (con olio ampiamente bruciato) tanto che la puzza di ciò che viene “studiato” a Milano, presso Osservatorio CPI dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, diretto da Carlo Cottarelli (che ha rischiato anche di diventare premier) arriva fino a Palermo. E puzza di razzismo.
La teoria, e lo ripeterò fino alla nausea, teoria del residuo fiscale, fu introdotta per trovare una giustificazione etica alla necessità di operare trasferimenti di risorse dagli stati più ricchi a quelli meno ricchi degli Stati Uniti, in quanto Buchanan (premio Nobel per l’Economia, non Cottarelli premio nobel de ‘noantri per fesserie!) asseriva che l’azione pubblica, in base al principio di equità, doveva garantire l’uguaglianza dei residui fiscali dei cittadini di una determinata nazione.

In Italia, la redistribuzione delle risorse è data da tre diverse componenti: la necessità di garantire a tutti i cittadini i medesimi servizi connessi a diritti fondamentali (come salute e istruzione), la messa a punto di iniziative per lo sviluppo economico di aree a basso reddito, nonché l’utilizzo di meccanismi di ripartizione delle risorse basate su criteri storici.
Luca Ricolfi ne “il sacco del Nord” riprende questa teoria, italianizzandola, anzi, leghilizzandola (per giustificare le richieste razziste di autonomia della Lega Nord), trasformandola nella “balla spaziale” che è oggi.

Il residuo fiscale nasce quindi negli anni ‘50 per dimostrare altra roba in altri contesti (Stati Uniti), in Italia, posta come l’ha posta Ricolfi, non fu mai seriamente presa in considerazione perché non calcolabile con esattezza (oltre che ci ride dietro mezzo mondo quando ne parlano). Come la pongono Ricolfi e i suoi adepti (compresi Zaia, Fontana, Bonaccini, Cottarelli, Gottardo, Galli) è semplicemente ridicola perché si attengono ad una banale somma algebrica di quanto si produce (e si paga di tasse) in una determinata area e quanto si riceve dallo Stato centrale.
Uno studioso attento, peraltro autodefinendosi economista, come Cottarelli (che dirige l’osservatorio) ma anche Giampaolo Galli e Giulio Gottardo (che firmano il documento) dovrebbero sottolineare che nei 63,7 miliardi che il Sud riceve in più dallo Stato (e nei 100,2 miliardi che riceve in meno il Nord) non sono compresi:

la spesa per interessi sul debito, che di quest’ultima è componente particolarmente rilevante almeno dal punto di vista quantitativo. Eppure si tratta a tutti gli effetti di una spesa pubblica che, laddove il titolo del debito sia detenuto da un residente vuoi in Lombardia, vuoi in Veneto o in Emilia, va, sia pur indirettamente, a ritornare su quel territorio. Ebbene, considerando dunque la quota di interessi sui Titoli di Stati pagati ai residenti in queste regioni il residuo fiscale – che a questo punto prende il nome di residuo fiscale finanziario – cala sensibilmente (quasi a scomparire). Vi basta? No? E allora, calcoliamoci anche le “rimesse degli emigrati”, cioè di tutti coloro che, residenti nel mezzogiorno, consumano, perché lavorano a tempo determinato (tipo i docenti annuali, e sappiamo quante migliaia sono) al centro-nord. E se a queste aggiungiamo le rimesse degli studenti fuori sede…E se non vi basta ancora ci aggiungiamo anche tutto ciò che viene consumato (inteso come consumi essenziali di energia o gas) al Mezzogiorno, ma che in termini di tasse viene attribuito al Nord, perché è al nord che le imprese erogatrici di questi servizi hanno la sede legale (quando non ce l’hanno nei paradisi fiscali), e quindi ENI con sede legale a Milano, per esempio, Edison, sempre sede legale a Milano)

Vi basta? Possiamo andare avanti a fare altri esempi. Ma vi annoierei.
Ed allora, basta una sola considerazione per “sputtanare” questi “teorici del residuo fiscale all’italiana”: fino a poco tempo fa gli stessi parlavano di secessione. Poi si sono accorti che la secessione avrebbe comportato costi insostenibili per le tre regioni paladine oggi dell’autonomia (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna): queste hanno in portafoglio il 66% dei titoli del debito pubblico, a fronte di una quota del PIL del 45%. Ciò comporta un rapporto debito-PIL superiore al 150% (e questo prima della pandemia), provocando una fortissima instabilità finanziaria. Hanno quindi abbandonato la parola “secessione” sostituendola con “autonomia differenziata” con, alla base, il residuo fiscale (calcolato come conviene a loro), senza tenere conto del massiccio rimborso sotto forma di interessi del debito pubblico, delle “rimesse degli emigrati” e delle tasse pagate a fronte di consumi necessari in mano a società con sede legale al nord.

Facciamo una cosa: torniamo a parlare di secessione. E vediamo se ci stanno o ci pregano di stare uniti! Con quello che ci rubano ogni anno (utilizzando il criterio della spesa storica – anche questo oggetto di un goffo tentativo degli stessi “scienziati” dell’Osservatorio di smentirlo, nonostante certificato da un ente governativo come l’Osservatorio sui Conti Pubblici Territoriali) state tranquilli che ci pregano in ginocchio di restare uniti!

Direttivo Nazionale M24A-ET – Co-Referente Nazionale GdST “Economia e Sviluppo”

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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