NAPOLI E SUD POCO COMBATTIVI ?

NAPOLI E SUD POCO COMBATTIVI ?

NAPOLI E SUD POCO COMBATTIVI ?

di Marco Ascione

Nell’immaginario collettivo italiano, Napoli e il Sud sono indolenti, per nulla combattivi e restii, se non rifuggenti, la lotta in genere. Si ritiene che essi opportunisticamente preferiscano non sprecarsi in cause riguardanti la collettività per evitare guai. E lo sconclusionato esercito napoletano di Francischiello ne è un esempio. Proviamo a capire se le cose stanno davvero in questi termini.

Tanto per cominciare, l’esercito napoletano cosiddetto di Francischiello tutto è stato fuorché sconclusionato. Lo stesso Francischiello, ovvero Francesco II di Borbone, ultimo sovrano duosiciliano, combatté strenuamente fino alla capitolazione nell’assedio di Gaeta, insieme alla regina Maria Sofia, ammirata dai soldati e dal mondo come vera eroina e per questo celebrata da poeti del calibro di Proust o D’Annunzio. Le milizie duosiciliane poi morirono eroicamente resistendo fino alla fine ai subdoli attacchi sabaudi del Generale Cialdini che non riuscendo a sgominarle durante l’assedio di Gaeta ricorse persino al metodo sporco delle armi chimiche. Inoltre, come oramai oltremodo noto, quando Garibaldi arrivò in Sicilia, ai soldati borbonici fu ordinato dai loro generali (come Landi, Lanza ecc., vendutisi ai piemontesi e agli inglesi) di non combattere e di ritirarsi dinanzi ai garibaldini. I soldati duosiciliani all’arrivo di Garibaldi a Palermo furono addirittura chiusi, da detti generali e ufficiali, nelle caserme della città per impedire loro di combattere. La voglia di battersi, il valore e il coraggio, nonché lo zelo e il livore che li animavano furono tali che in un caso essi, intuito il tradimento del loro generale, lo giustiziarono. Circolava, infatti, in quel periodo, una sarcastica vignetta, raffigurante gli ufficiali napoletani con teste da somari, i generali privi di testa (perché venduti) e i loro soldati invece con teste di leoni. I soldati duosiciliani poi, ironia della sorte, appena una dozzina d’anni prima circa erano andati a liberare i lombardi e i veneti dal loro oppressore austriaco. Fu infatti nel 1848, durante quella che è ricordata come Prima guerra d’indipendenza, in cui tutti gli stati italiani scendono in campo contro l’Austria. Ma le truppe del Regno delle Due Sicilie sono quelle che conseguono le maggiori vittorie e si distinguono di più per prerogative di coraggio e combattività. Infatti, i giornali L’Alba d’Italia e la Gazzetta di Genova, il 29 marzo di quell’anno, relativamente alla partenza delle truppe partenopee dal porto di Napoli, avevano scritto [1]: “Quei prodi […] si dimostravano fra tutti i più franchi e coraggiosi amici dell’Italia e della libertà”. L’esercito napoletano era allora il più potente, meglio organizzato e, persino, più disciplinato e corretto d’Italia. Il ligure Giuseppe Ugo Oxilia [1] riporta che, nella seconda metà di aprile del ’48, i napoletani giunti a Pistoia ricevettero una così calorosa accoglienza che i “Pistoiesi […] facevano a gara a invitarli a pranzo”. Il contributo dei soldati duosiciliani durante tale guerra risultò decisivo. In seguito alla loro vittoria in Lombardia, nella battaglia di Curtatone del 13 maggio, il Governo Provvisorio di Milano nell’inviare le proprie congratulazioni, tra le altre cose, scriveva [1]: “O Napoletani, rallegratevi di aver sì gloriosamente aperta la via al vostro valoroso esercito, che […] viene a confermare gli antichi vanti dell’italica milizia nella guerra dell’italica indipendenza!” Tuttavia, nuovamente a Curtatone e a Montanara, stavolta il 29 maggio, l’immane sproporzione di uomini e mezzi tra l’esercito austriaco e le truppe tosco-napoletane determinò la sconfitta di queste ultime. Ciò nonostante, la strenua resistenza da esse opposta fu memorabile: i napoletani e i toscani riuscirono a tener testa, per circa sei ore, ai ripetuti assalti di uno dei più potenti eserciti d’Europa, evitando così che l’esercito piemontese fosse preso alle spalle [1]. Infatti, grazie a questo, i piemontesi riuscirono ad avere il tempo necessario per riorganizzarsi e vincere, il giorno dopo, insieme alle truppe napoletane, la battaglia di Goito, sempre in Lombardia. I cittadini di Goito, poi, nel loro “manifesto di commiato”, esternarono la propria gratitudine alle truppe napoletane dichiarando [2]: “Prodi napoletani del 10° di linea Abruzzo! Voi che appena arrivati vi uniste a noi con fratellevole simpatia, voi che per tutto il tempo che abbiamo passato insieme vi siete distinti per una condotta esemplare, voi che la memoranda giornata del 30 maggio pugnaste [lottaste] così valorosamente nella battaglia combattuta alle soglie del nostro paese e noi dall’alto delle case vi abbiamo veduti e ammirati, accettate i ringraziamenti degli abitanti di Goito, riconoscenti.” Mentre i commilitoni toscani, che con essi avevano combattuto nella battaglia di Montanara, rivolsero ai soldati napoletani il loro saluto dicendo [2]: “Vi abbiamo amati come fratelli negli accampamenti, vi abbiamo ammirati come prodi soldati sul campo di battaglia. Siete chiamati in Patria e noi sentiamo la forza del vostro dovere.”

La superiorità dell’esercitò napoletano in Italia (il più potente e numeroso dello Stivale) si evinse anche in occasione della sua risalita a settentrione al seguito di Gioacchino Murat che, per un breve lasso di tempo, occupò, nel 1815, l’Italia intera fino al Po (esperienza questa, poi, terminata a seguito dell’intervento austriaco). E lo sapevano bene i liberali italiani che, nel 1831, “riuniti in congresso a Bologna, decidevano di offrire al Re di Napoli [Ferdinando II] la Corona d’Italia” [3], identificandolo peraltro come il monarca italiano dalle vedute più ampie e vicine ai loro ideali. Ferdinando II, però - oltremodo rispettoso dei diritti e della dignità degli altri sovrani e principi italiani -, non accettò mai [4]. Finanche il repubblicano veneziano Attilio Bandiera che, insieme al fratello Emilio e ad altri al loro seguito, divenne protagonista del noto tentativo insurrezionale unitario del 1844 – durante la sua detenzione in Calabria, come scrive lo storico britannico Harold Acton [5], “in una ispirata lettera […] illustrò i suoi ideali a Ferdinando II, promettendogli di servirlo corpo e anima se fosse divenuto sovrano costituzionale di un’Italia unita”, esponendogli quanto il Regno delle Due Sicilie fosse lo Stato italiano maggiormente all’altezza per portare a compimento l’unificazione politica d’Italia [6]. Andando poi ancor più indietro, in particolare, di 400 anni prima del tentativo di Murat, scopriamo che l’esercito napoletano, al seguito del proprio re Ladislao, nel 1414 aveva conquistato una grossissima fetta dell’Italia. Vale a dire, lo Stato Pontificio (escluse Todi e Bologna) e parte della Toscana (con inclusa la presa di Valiano e Cortona e l’occupazione navale dell’Elba e di Talamone del 1409). Firenze, decisamente allarmata, temendo un imminente attacco da parte di Ladislao, con febbrile fare diplomatico si fece in quattro pur di esser difesa o di scongiurare l’offensiva napoletana; e da ultimo vi riuscì, strappando una soluzione di pace al sovrano di Napoli, il quale dal canto suo pensò di acconsentire con l’intento di vedersi anzitutto legalizzati i suoi nuovi domini. Tale esperienza, però, si concluse per la morte del sovrano napoletano che, nel luglio dello stesso 1414, improvvisamente, mentre assediava Todi, venne colpito da una sinistra febbre, che nel giro di poche settimane lo portò, appena trentottenne, alla morte (6 agosto 1414). Non lasciando eredi, gli successe la sorella Giovanna, la quale non perseguì i disegni del fratello e ultima sovrana angioina napoletana stette al trono fino alla sua morte.

La “tradizione” combattiva napoletana ha, però, radici ancor più remote.  Napoli già nel 615 d.C. approfittando della rivolta e dell’uccisione a Ravenna dell’esarca, si dichiara indipendente da Bisanzio (da cui era dominata). Sebbene tale tentativo sia poi vanificato dall’immediata ed energica reazione dell’esarca Eleuterio, la progressiva sete d’indipendenza della città non verrà ad arrestarsi. Tra l’altro, essa non riuscì a esser sostanzialmente mai conquistata dai longobardi (i quali del resto d’Italia invece ne occuperanno quasi l’intero territorio), ma addirittura liberò da essi altre città. Nel 711, ad esempio, su richiesta del papa, Napoli viene in aiuto alla città di Cuma riuscendo a liberarla dai longobardi che inaspettatamente l’avevano conquistata. Successivamente, nel 763, il duca di Napoli Stefano II si ribella apertamente all’autorità centrale di Bisanzio (riconoscendo il pontefice di Roma) rendendo in questo modo il Ducato napoletano, di fatto, pienamente indipendente. Napoli diviene così una vera e propria città-stato (con tanto di territorio circostante, corrispondente orientativamente all’area dell’attuale provincia metropolitana), anticipando di circa 430 anni l’esperienza dei primi comuni in Italia centrosettentrionale, di circa 350 anni quella delle Repubbliche Marinare di Pisa, Ancona e Ragusa (l’attuale Dubrovnik), di più di 300 anni quella di Genova e di 200 anni quella delle Repubbliche Marinare di Amalfi e Gaeta (molto vicine a Napoli, con, inizialmente, Amalfi inclusa in essa ma poi distaccatasi nell’839). In molte occasioni Napoli riesce a contrastare e a respingere anche le tentate invasioni da parte dei franchi e dei saraceni, affrancando o sgominando dalla minaccia finanche di questi ultimi varie e ulteriori città, inclusa la stessa Roma. Infatti, nell’849, con Napoli alla guida la flotta della Lega Campana (formata da Napoli, Amalfi, Gaeta e Sorrento, fu, dal tempo dei romani, la prima Lega di città italiane della storia sorta per opporsi a potenza esterna), venendo in soccorso al pontefice a Ostia, respinge l’attacco saraceno alla città eterna in quello che oggi viene considerato dagli storici il maggior successo navale ottenuto da una flotta cristiana nei confronti di una musulmana (celebrato da un affresco di Raffaello presente in Vaticano; nell’illustrazione), prima di venire combattuta la battaglia di Lepanto (che avrà luogo solo nel 1571). Ciononostante, l’ostilità tra islam e cristianesimo non impedì che nel Sud della Penisola vi fossero avvicinamenti, intese e finanche grande assonanza tra le due realtà, all’insegna del perseguimento dei comuni interessi commerciali e per fini politico-strategici. E di qui nel tempo essenzialmente si generò anche un’amicizia tra il mondo arabo, Napoli e un po’ tutto il Meridione.

Prima di cadere in mano normanna (tra gli ultimi territori a cadervi, nel 1137), Napoli oppose una strenua resistenza, addirittura, conquistando l’ammirazione dei nemici; persino successivamente alla resa del duca e alla sua morte, i napoletani insorsero contro il nuovo sovrano normanno costituendo una repubblica aristocratica fino alla definitiva capitolazione che avvenne nel 1139 a Benevento. E sebbene la conquista e la costituzione da parte normanna del nuovo Regno di Sicilia fecero tutt’altro che penalizzare Napoli e il Sud, diverso tempo dopo (oltre un secolo), in particolare sotto la reggenza sveva, alcune realtà del Sud, come Caserta, Acerra, Capua, Napoli, ancora bramanti autonomia, diedero vita a nuove insurrezioni, per poi ritornare (con da ultima l’indomita Napoli) sotto il controllo di Corrado IV nel 1253. Investite di forza economia e politica, per la posizione in sé strategica del Sud Italia (collocato nel cuore del Mediterraneo), molte altre furono le realtà dell’Italia meridionale che poterono permettersi di rivendicare autonomia già a partire dall’Alto Medioevo (molto prima quindi di quelle del Centro-Nord). A maggior ragione quelle della Sicilia che peraltro, più tardi, si distaccherà da Napoli, in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani del 1282.

Come non menzionare, inoltre, in tale rapido excursus, la rivolta popolare sanfedista del Regno di Napoli: la più energica e poderosa d’Italia, contro i francesi di Napoleone; e quelle seguitate alla seconda occupazione francese (liquidate poi come fenomeno di brigantaggio). Come pure la strenua difesa della città di Napoli opposta dalla popolazione per impedire la prima occupazione francese. Riguardo a essa, l’avversario, il generale francese Championnet, nella sua relazione per Parigi, scriverà: “Mai combattimento fu più tenace: mai quadro più spaventoso. I Lazzaroni, questi uomini meravigliosi [...] sono degli eroi rinchiusi in Napoli. Ci si batte in tutte le vie; si contende il terreno palmo a palmo.  I Lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il Forte S. Elmo li fulmina; la terribile baionetta li atterra; essi ripiegano in ordine, ritornano alla carica, avanzano con audacia, guadagnano spesso del terreno.” Il capo di stato maggiore francese, il generale Bonnamy, al termine del suo rapporto invece scriverà: “L’azione dei Lazzari farà epoca nella Storia!” Tantissimi sono gli esempi, come quello eclatante dell’insorgenza antipiemontese (impropriamente definito “brigantaggio postunitario”), divampata per la riduzione del Sud nuovamente a colonia, così come era stato ridotto ai tempi di Masaniello. La rivolta di Masaniello scoppiò nel 1647 e Napoli era colonia ormai da 146 anni. La liberazione tuttavia fu effimera. Anzi, finì nel vuoto. Come forse “nel vuoto” è in qualche modo finita un’altra liberazione: quella delle 4 giornate di Napoli del settembre 1943, addirittura, prima insurrezione popolare di una grande città europea contro l’occupante nazista. La Napoli e il Sud di Masaniello dovranno aspettare la fine dell’Impero Spagnolo sul Vecchio Continente e dunque l’arrivo di Carlo di Borbone che concretizzerà nuovamente l’indipendenza per il Sud (nel 1738). La Napoli e l’attuale Sud, invece, stanno ancora aspettando.

 

 

[1] Oxilia, G.U., 1904. La Campagna Toscana del 1848 in Lombardia. Bernardo Seeber, Librajo Editore, Firenze, pp. 422 (from the collections of Harvard University).

[2] Zezon, A., 1850. Tipi Militari dei differenti Corpi che compongono il Real Esercito e l’Armata di Mare di S. M. il Re del Regno delle Due Sicilie per Antonio Zezon. Napoli, ristampato da Bideri, 1970, pag. XVI.

[3] Topa, M., 1990. Così finirono i Borbone di Napoli, Fratelli Fiorentino, pp. 741.

[4] De Cesare, R., 1900. La fine di un regno (Napoli e Sicilia). Città di Castello, S. Lapi, Vol. I, pag. 476, https://archive.org/details/lafinediunregnon01deceiala

[5] Acton, H., 1997. Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861). Giunti, pp. 644.

[6] Izzo, F., 2011. I fratelli Bandiera. Risorgimento senza eroi? Riposte, pp. 96.

 

Michele Eugenio Di Carlo

Michele Eugenio Di Carlo

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