Per un piano di sviluppo meridionale

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Per un piano di sviluppo meridionale

La nuova era post-Covid-19

Prima Parte: Efficacia e risultati nell’intervento dello Stato

Quadro di riferimento

La SVIMEZ stima un calo del Pil italiano nel 2020 del -8,4% (pari a 47 miliardi di euro). Le ultime stime dell’UE, ci mettono di fronte ad uno scenario ancora più drammatico: di fronte ad una media europea del 7,4%, la perdita italiana è stimata a -9,5% (pari a 53 miliardi di euro).

In entrambe le stime, SVIMEZ e UE sono concordi nell’affermare che a risentirne (naturalmente) sarà di più il Nord (-8,5% nel 2020), meno il Sud (-7,9%), e sebbene le differenze in termini percentuali siano minime, in termini di valori assoluti, invece, la perdita stimata per il centro nord è più del triplo rispetto a quella del Sud (la Svimez ipotizza una perdita di 37 miliardi di euro per il centro-nord, che diventano 40 per i dati UE, mentre al Sud per la Svimez ci sarà una perdita da lockdown di 10 miliardi, per l’UE di 13 miliardi).

Il crollo della produzione da lockdown delinea uno scenario fortemente depressivo per le aree produttive del Sud Italia, che inciderà pesantemente sulle prospettive di ripartenza delle aree territoriali meridionali ed anche in quelle più deboli del resto del Paese nel momento in cui finirà l’emergenza sanitaria ed economica e ci si proporrà sullo scenario internazionale dei mercati dei beni e servizi.

Approccio di studio

Nell’analisi e nella formulazione di proposte per superare le nette differenze nord sud, come approccio disciplinare abbiamo preso in esame ciò che è accaduto nel processo di riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino e le politiche per la convergenza[1] e metterlo in relazione con la cd questione meridionale.

Diverso è stato, innanzitutto, l’approccio dello Stato: in Germania si è fatto di tutto per assicurare ai tedeschi dell’est (all’epoca si parlava perfino di una “tassa di solidarietà” a loro favore) condizioni simili a quelli dell’ovest. Lo Stato è intervenuto direttamente per dotare la Germania dell’Est di una dotazione infrastrutturale di alta qualità, un sistema giuridico efficiente ed efficace, ed un eccezionale capitale umano, parzialmente ereditato dall’ex DDR.

Ma la misurazione dell’efficacia dell’intervento di uno Stato a favore di una determinata area, non può prescindere dall’analisi storica del livello reddituale: qui abbiamo assistito ad una notevole diminuzione del gap tra reddito est/ovest del 25%. Se, infatti, all’inizio del processo di riunificazione il rapporto era di 1 a 2 (un tedesco dell’est guadagnava mediamente 1 mentre quello dell’ovest ne guadagnava 2), in tempi più recenti questo gap è diminuito (il tedesco dell’est guadagna 1,5 a fronte dei soliti 2 del tedesco dell’ovest).[2]

Notevolmente diverso è invece il dato italiano. Dall’unificazione in poi, (lasciando da parte il periodo 1861 – 1929, anno della grande crisi mondiale, in cui si è provveduto soltanto a depapeurare di capitale economico e umano il mezzogiorno per colmare il gap, al contrario, pre-unitario) nonostante interventi, sulla carta, rivolti prevalentemente al Sud (e pensiamo all’IRI, al Piano Marshall post bellico, alla Caspermez) il divario tra reddito pro capite del centro Nord e mezzogiorno resta del 45% (ovvero al centro-nord si produce un reddito doppio rispetto al Sud).

Il dato Empirico

Cosa emerge dall’analisi comparativa di questo dato? Che l’intervento dello Stato in Germania (dalla caduta del muro in poi, quindi in 30 anni) ha prodotto un quasi azzeramento del gap Est/Ovest in termini di reddito procapite, mentre, diversi interventi dello Stato italiano, e ripetiamo, sulla carta, direttamente a favore del Sud, in 90 anni (dalla crisi mondiale del ’29 ad oggi) non ha risolto lo stesso gap iniziale da cui è partita la Germania.

Conclusioni

A nostro avviso le cause dell’attuale rilevante disparità italiana sono dovute, non solo, ma certamente anche:

  • All’impegno (osiamo affermare, più precisamente al disimpegno) finanziario dello Stato nel Mezzogiorno dalla spesa pubblica procapite sia per abitante e sia per dimensione territoriale;
  • al mancato rispetto degli investimenti in conto capitale e dei servizi erogati da gran parte del cd. Settore Pubblico Allargato secondo i criteri del punto precedente;
  • al trasferimento altrove della quota di cofinanziamento statale nei Fondi comunitari;
  • alla mancata applicazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) e del Fondo perequativo di solidarietà dei comuni per la concreta attuazione del Federalismo solidale come previsto dalla Costituzione riformata nel Titolo V e dalla Legge 42/2009 detta “Legge Calderoli”;
  • al perseverare nell’applicazione del meccanismo sperequativo della cd spesa storica;
  • a servizi pubblici inferiori per qualità e quantità nel Mezzogiorno come risaltato ad esempio nella sanità, nell’emergenza Covid-19, con una minore spesa pubblica procapite per abitante che produce: un minor numero di addetti nel comparto sanitario, una minore percentuale di posti letto per terapia intensiva, ecc.

Pertanto in Italia, quindi, il divario permane in tutta la sua crudele e impattante evidenza nell’attualità della cd. questione meridionale dopo oltre 70 anni di storia costituzionale repubblicana, mentre ciò non è avvenuto in Germania tra i Land occidentali e orientali, dopo la caduta del muro. Infatti, pur in presenza ancora di differenze sociali e nel mercato del lavoro, la distanza economica che separava la parte occidentale e quella orientale della Germania, prima del processo di riunificazione, in soli 30 anni si è fortemente ridotta dal 50 a circa il 30% e vi è stata una notevole convergenza degli standard di vita tra est e ovest. Un dato emerge, in modo innegabile, il sistema Paese teutonico ha migliorato notevolmente la sua integrazione e i suoi fondamentali socioeconomici.

  1. Juan Carlos Martinez Oliva (2009): Riunificazione intertedesca e politiche per la convergenza
  2. https://www.ilmitte.com/2015/07/la-germania-riunificata-una-repubblica-doppia/
Michele Dipace

Michele Di Pace

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