RIPALIMOSANI, IL BELLISSIMO BORGO NATIO DI FRANCESCO LONGANO, GRANDE AUTORE DEL SETTECENTO *

RIPALIMOSANI, IL BELLISSIMO BORGO NATIO DI FRANCESCO LONGANO, GRANDE AUTORE DEL SETTECENTO *

RIPALIMOSANI, IL BELLISSIMO BORGO NATIO DI FRANCESCO LONGANO, GRANDE AUTORE DEL SETTECENTO *

di Michele Eugenio Di Carlo

 Il bellissimo borgo di Ripalimosani, alle porte di Campobasso, è il paese natale dell'abate Francesco Longano, celebre, metodico e scrupoloso illustratore delle condizioni sociali ed economiche, oltre che autore di celebrati rapporti scritti per conto di Ferdinando IV di Borbone, tuttora utilizzati da ricercatori e studiosi. Longano con il Viaggio dell'abate Longano per la Capitanata del 1790 delinea realisticamente il quadro di un Tavoliere delle Puglie destinato alle sole attività della pastorizia transumante e dell'agricoltura estensiva, laddove pastori, contadini e braccianti sopravvivono a stento a fame e malattie. Un Tavoliere condannato da una pastorizia arcaica all'abbandono e allo spopolamento, privo di coltivazioni arboree, di ricoveri per uomini e animali. Eppure è un Longano ottimista quello che, rivolgendosi ai consiglieri del Supremo Consiglio delle Finanze del Regno delle Due Sicilie, conta sulla fattibilità che «praticati alcuni pochi regolamenti […] potrà la Capitanata divenire una delle più prospere Provincie del Regno»(1).

Qualche mese fa, andando a trovare l’amico Enrico Fratangelo (il sindaco che sulla carta intestata del comune di Castellino del Biferno ha fatto scrivere, in polemica con il Prefetto, «Comune del Florido e Pacifico ex Regno di Napoli – Contado di Molise – Terra di Lavoro e Patrioti chiamati Briganti, dal 1861 terra di disoccupazione ed emigrazione», alludendo alla circostanza innegabile che nel censimento del 1861gli abitanti erano 1605 mentre oggi sono appena 552, nel mentre la popolazione italiana si è triplicata), non ho resistito alla tentazione di visitare Ripalimosani, il paese natìo di Longano che tanto ha impreziosito il mio recente testo La Capitanata al crepuscolo del Settecento.

Longano, ripercorrendo le secolari vicende fiscali del Tavoliere, loda re Alfonso: «Ah care ceneri d'Alfonso, perchè non vi rianimate, e ritornate a rendere prosperi non che gli abitanti, ma i monti, i piani, le valli, e i colli stessi di tali Provincie!»(2), il cui «nobile disegno» non si era limitato a sviluppare la pastorizia e l'agricoltura, ma altresì ad «accrescere le arti secondarie», in particolare quelle legate alla lana, prodotto che svenduto invece allo stato grezzo «non ti dà neppure il quarto di quelche ti dà manifatturata»(3).

In realtà, dopo Alfonso d'Aragona, alla pastorizia e all'agricoltura non si era collegata una forte industria di trasformazione dei prodotti derivati e una poderosa rete di commercializzazione con l'estero: «Non solamente non si è pensato di supplire a quanto quel Principe non avea potuto eseguire, ma si è fatto di peggio»(4).

Difatti, in particolare nella piana spopolata del Tavoliere, oltre alla forza lavoro proveniente dagli Abruzzi, dal Contado del Molise (parte del Molise fino al 1806 fa parte territorialmente della grande Capitanata), dal Principato Ultra (Irpinia), dalla Basilicata, mancano le fabbriche, gli opifici, i laboratori, gli stabilimenti per la trasformazione e la manifattura delle lane, delle pelli e di quant'altro venga prodotto grezzo dall'attività pastorale; mancano le redditizie produzioni di frutta e ortaggi che vengono importate da fuori; manca addirittura l'olio che «viene dalla Marina di Bari, forse perchè quello di Viesti è portato fuori … »(5).

Ferdinando II di Borbone, qualche decennio più tardi, seguirà i consigli di Longano: le manifatture tessili del Regno delle Due Sicilie saranno tra le più pregiate d’Europa.

 

Casa di Francesco Longano a Ripalimosani

È senz'altro un quadro fosco quello della Capitanata descritta da Longano nel 1790 con in primo piano «massari impoveriti, e giornalieri abbandonati», pacifici pastori abruzzesi e molisani sofferenti e straziati da malattie conseguenti alla vita dura transumante. Un mondo di poveracci «premuti da' pesi, vessati da agenti, erarj, e governatori, e predati in fine in ogni anno da' pochi ricchi, e da privileggiati de' proprj Paesi»(6). Una realtà che proprio grazie ai rapporti di Longano e di Giuseppe Maria Galanti, l’altro molisano di Santa Croce di Morcone, il re Ferdinando IV di Borbone cerca disperatamente di modificare con riforme contro i potenti feudi baronali ed ecclesiastici.

Per aumentare la scadente produzione di cereali Longano indica le pratiche e le tecniche colturali da migliorare e da adottare ex novo: preparazione ottimale del terreno, selezione delle sementi, diserbo meccanico accurato, concimazione utilizzando anche le sostanze organiche prodotte nei paesi, introduzione di strumenti e macchine più consone alla coltivazione.

Riguardo agli affittuari l'abate, – chiaramente contrario ai contratti annuali, biennali e triennali, – propone in maniera convinta che la durata degli stessi debba essere decisa in maniera unilaterale dal conduttore lavoratore, perché questi possa eseguire le migliorie tanto necessarie ai campi ed essere messo nelle condizioni di avvantaggiarsene.

Per Longano, inoltre, la proprietà delle terre dovrebbe essere indirizzata «a chi le può fare ben valere, non già a sfaticati, e agli alunni dell'accidia»(7); solo allora si potrebbe «il piano stesso ammirare verdeggianti d'arbori, e arricchiti d'ogni genere di fruttati»(8).

Per risolvere le drammatiche carenze demografiche della Capitanata, Longano propone di quotizzare in piccole porzioni tutto il territorio destinato alla semina e di invitarvi abruzzesi e molisani con l'obbligo di costruirvi ricoveri e di piantarvi alberi. Lo scopo evidente è quello di costituire focolari domestici vivibili, attorno ai quali poter riunire intere famiglie con a disposizione luoghi non soleggiati e freschi per attenuare l'insopportabile calura estiva, frutta e ortaggi per sopperire alla carente produzione e distribuzione, legna da ardere per attenuare i rigori invernali. Ma per l'abate – diversamente da altri – è necessario delimitare in maniera fissa le aree destinate alla semina da quelle destinate al pascolo, allo scopo di far convivere pacificamente le due attività e migliorare entrambe. Tuttavia, «siccome non si può eseguire la prima senza la censuazione, così verrebbe anche censuato il Territorio addetto al pascolo, ed avrebbe ogni locato la sua Posta fissa»(9), dando possibilmente la preferenza nell'assegnazione delle poste fisse ai locati che provengono dalle regioni più distanti: nell'ordine abruzzesi, molisani e, infine, pugliesi.

Via Francesco Longano a Ripalimosani (foto Di Carlo)

E per contestare e contrastare coloro che insistono nell'imputare alle condizioni ambientali, climatiche e pedologiche la desertificazione e lo spopolamento di un Tavoliere abbandonato traumaticamente alla arcaica transumanza e alla banale semina estensiva di cereali, Longano – convinto assertore della ricchezza e della fertilità dei terreni della piana dauna – ritorna ancora sulla proprietà delle terre asserendo che andrebbe suddivisa in piccoli appezzamenti(10).

Il giudizio di Longano su come vengono amministrate le Università (comuni), i beni ecclesiastici e i feudi è netto e risolutamente critico: le tasse non possono gravare «sopra l'unica classe dei campagnuoli». A tal riguardo, Longano propone al Governo addirittura di allontanare dalle amministrazioni comunali i ricchi e i privilegiati, perché «il contadino è l'unico uomo, il quale non conosce il riposo» e, pur appartenendo ad una classe onesta, i suoi figli «vengono esclusi dal potersi far notai, ed ottenere cariche civili», a causa della corruzione dei tempi che privilegia l'ozio al lavoro. Da questa singolare visione della realtà nasce una proposta rivoluzionaria: sarebbe il caso di consentire alla classe dei contadini, «sostegno dello Stato», di accedere alle cariche pubbliche(11).

La polemica dell'abate su come i vescovi vivono e amministrano il territorio della Capitanata è chiara e netta(12). Ricorda Longano che il «sacro Ministero de' Vescovi […] è di sua natura divino» e che durante la cerimonia di ordinazione episcopale viene loro ripetuto che «niente hanno di proprio. Tutto è de' poveri, de' bisognosi, delle Chiese». E, per semplificare e chiarire il ruolo e le prerogative di vescovi e arcivescovi, Longano riprende le parole di San Bernardo sulla necessità che gli alti prelati vivano poveri tra i poveri, liberi da rapine e da sacrilegi: «Praeter victum, et vestitum necessarium […] reliquum rapina est, sacrilegium est»(13).

L'abate giudica generalmente i vescovi della Capitanata avidi, assenti, disinteressati, distratti, negligenti, tanto che «la corruzione de' costumi è universale, e l'ignoranza è comune»; corruzione e ignoranza che con molta evidenza Longano attribuisce al modo di essere e di comportarsi di un clero che sembra tornato al decimo secolo, «senza lettere e privo di buon costumi»(14).

 

*Articolo in gran parte tratto dal testo di Michele Eugenio Di Carlo “La Capitanata la crepuscolo del Settecento” (https://www.amazon.it/dp/1724167871/ref=cm_sw_r_fa_dp_U_3RBUBbG11RD78). Le citazioni da 1 a 14 sono tutte tratte da F. LONGANO, Viaggio dell'abate Longano per la Capitanata, Napoli, presso Domenico Sangiacomo, 1790.

 

 

Michele Eugenio Di Carlo

Michele Eugenio Di Carlo

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