RSA e Case di Riposo, il Covid isola gli anziani

RSA e Case di Riposo, il Covid isola gli anziani

RSA e Case di Riposo, il Covid isola gli anziani

di Matteo Notarangelo*

La pandemia non permette le visite dei familiari agli anziani per pericolo di contagio. Le strutture socio-sanitarie sono obbligate a tenere la porta chiusa. L’isolamento degli anziani autosufficienti, e non, nelle Case di Riposo e nelle Residenze Sanitarie Assistite, è devastante. Non poter sentire o vedere i propri Cari, non conoscere la loro integrità fisica e la loro salute mentale, lascia tanta amarezza e incertezza. Le RSA e le Case di Riposo non possono essere rimodulate in parcheggi, perciò vanno elaborate le giuste soluzioni per far vivere ai tanti anziani una vita di gioia. E’ questo il contenuto prevalente delle tante email, inviate da figli e figlie di anziani reclusi nelle tante strutture residenziali. Una reclusione forzata da un subdolo nemico: il Covid 19.

Altri familiari, invece, scrivono: " Le strutture socio-residenziali sono pagliai, dove basta poco per dare origine a un grande incendio. Di questo, siamo coscienti e sappiamo che il personale sta rischiando la propria salute per frenare la virulenza di un male invisibile. È vero, stiamo vivendo dei momenti terribili, considerate le ulteriori restrizioni, scaturite dall' acuirsi dell'attacco pandemico. In questo momento tragico, dovuto a tante disattenzioni politiche e amministrative, le scelte sbagliate hanno compromesso la gestione e il benessere dei nostri familiari anziani. A questi politici irresponsabili chiediamo di rivedere il disastro sanitario creato, mentre a voi operatori diciamo di resistere alla brutta tragedia. L'isolamento dei nostri familiari ci preoccupa". Tra loro, c'è anche chi parla di scandalo sociale: "In questi luoghi, ci sono tanti cittadini abbandonati dai loro congiunti. Vi sono altri che in questa situazione devono accettare la precaria qualità della vita dei propri cari, relegati a una manifesta sofferenza psicologica, che sempre più realizza il congedo dalla vita, non per il Covid 19, ma per inedia voluta, associata alle loro deboli condizioni psicofisiche dell'età. Anziani che continuano a subire violenze sociali e familiari assurde, in quanto isolati nelle loro stanze, allietati per qualche minuto dalla presenza dell'operatore di turno".

Sembra un racconto irreale, ma poi c'è chi scrive: "Per quanto riguarda la mia mamma, da questa emergenza da virus, nonostante la positività, non ha subito alcun danno. Forte e invadente, invece, è stato quello generato dall'isolamento, che ha compromesso la sua sfera cognitiva. Spero e mi affido al coraggio di voi operatori, gente sensibile e solidale. Sono molto triste. Attualmente, la struttura dove dimora la mamma, mi comunica di poterla visitare ogni 15-20 giorni, per pochi minuti, tenendo una distanza di due metri, nonché fornito di mascherina".

Il non detto dei familiari

A queste critiche condizioni esistenziali, ci sono diverse soluzioni, nonostante i tanti ostacoli posti da una "ragione politica" .

La pandemia, intanto, sta svelando molte verità familiari e socio-sanitarie, oltre che politiche. Nelle Case di Riposo e nelle RSA, gli anziani, fragili, indifesi e isolati vivono la loro lenta solitudine, mentre nelle città c’è un popolo che non riesce a placare il senso di colpa, proiettando sugli anziani "la colpa di vivere", causa del male assoluto. Nessuno, certo, ha il coraggio di affermare che gli anziani stiano bene nelle stanze medicalizzate di una Rsa o di una Casa di riposo. Ci mancherebbe! Tutti sanno che la fragilità emotiva di chi è persona, prima di essere anziano, debole e malato, non permette ai giovani del '68, oggi anziani, che hanno saputo sognare la libertà, di chiedere cure e attenzioni. In questo tempo pandemico, vivono la colpa di vivere oltre l'età produttiva: e il presidente della regione Liguria, lo dice senza remore. È vero, hanno scelto di continuare a vivere in silenzio, isolati, indifesi, quasi come non ci fossero, quasi come se chiedessero scusa per la loro esistenza. Da fuori, nel mondo globalizzato, invece, si assiste ad un crimine di massa, tollerato, taciuto, reso necessario e inevitabile. Per alcuni. Ma chi sono i carnefici di tante persone fragili? L’internamento della persona debole è stato quasi normalizzato, piegato al profitto dei privati, accettato, come fosse inevitabile, dal ceto politico, vero responsabile del disastro sanitario pianificato. L’idea del figlio o figlia di assistere l'anziano a casa, sconvolge il sistema familiare. In realtà, nessuno vuole che ciò avvenga, ma l'aver distrutto la medicina territoriale e impedito ai tanti giovani ragazzi di studiare medicina o scienze infermieristiche pesa, come un macigno, sulla coscienza di quei politici, che hanno distrutto non solo la sanità pubblica, ma anche la scuola e l'università.

A questa irresponsabilità politica, e a questi bisogni di cura socio-assistenziale, ci sono rimedi, servizi leggeri territoriali, già operanti, già sperimentati, anche se ostacolati dai burocrati pubblici. Sono loro che, da anni, hanno condizionato e manipolato la "mente collettiva". Chi non ricorda la religione del "privato è bello", pubblicizzata dalla politica e dalla "disinformazione di stato"? E oggi? Gli strateghi della manipolazione mediatica hanno montato una spiegabile azione passivizzante dei familiari, per affermare che l'unica soluzione alla "vecchiaia" resta l'istituzionalizzazione, un lento morire in silenzio, avvolto dal consenso del silenzio sociale.

Il male oscuro del familiare

Con l'affidare il "vecchio" a una struttura residenziale, il “male” è stato reso banale, accettato, spiegato, condiviso, normalizzato. In questi ultimi anni, il male di aggredire la dignità dell’anziano è diventato radicale. Un male diverso da quello procurato per ignoranza, distorto dalla idea assolutizzante, che pubblicizzava l'unico rimedio: le grandi strutture residenziali e la sanità privata. Caduto il velo dell'ignoranza, il male di internare l’anziano è diventato un “male radicale”, che trova l’origine in una motivazione, in una scelta, nella consapevolezza di fare del male a una persona fragile e indifesa, perché inutile e "improduttiva". Nelle famiglie, ma anche nelle città, nelle grigie aule legislative, senza alcuna eccezione sociale, tra persone ricche e tra persone povere, è ancora più forte la pratica di emanare norme giuridiche che facilitino il liberarsi del familiare anziano, della persona anziana improduttiva, frutto distorto dell’intenzione di fare il loro bene. In quei luoghi rappresentativi, domina il dio del profitto, che non vuol sentir parlare di diritti e di democrazia.

Meccanismo di difesa: la rimozione

Qualche anima sensibile potrebbe pensare che, a volte, l’internamento dell’anziano intimorisce, fa riflettere, emoziona, fa paura. Vero? Forse, ma non a chi legifera in modo distratto, non a chi, oggi, denuncia che la crisi del sistema sanitario è determinato dalla mancanza di medici e di infermieri e impedisce, ancora, la loro formazione. In alcuni momenti, però, gli dei scendono dall'Olimpo e scoprono le fragilità umane. Loro, non sono dei, sono semplici uomini, anche malati di onnipotenza. Anche se è l’altro a essere recluso, disumanizzato, ci sono pochi rischi che la scelte di rinchiudere il familiare, cittadino o persona, fragile provochi empatia. I contesti di vita e i mentori del profitto hanno elaborato un'altra ragione, un altro pensiero, un'altra verità, un altro bene, che non genera alcuna similitudine: il loro utile economico e politico. Alle persona hanno insegnato a vivere senza alcun peso materiale e psichico, a distrarsi, a non pensarci, a dimenticare, per quanto è possibile e se è possibile. Queste persone, queste famiglie, questi scadenti ceti politici non vogliono immaginare il loro futuro, uguale, forse, a quello del proprio familiare o cittadino imprigionato. Ognuno crede che quel luogo di custodia sia solo la risposta alla vecchiaia degli altri. E' questa gente che si adagia nella "banalità del male".

Il “ male radicale” è diverso dal male compiuto per ignoranza. Il “male radicale è frutto dell’intenzione di fare del male. E questi politici continuano a far del male. Affidare i propri cittadini, i propri anziani alle “fabbriche dell’assistenza”, viene considerato un “male radicale”, perché priva la persona fragile della sua umanità. Il familiare, figlio o figlia, non si libera con un semplice atto di rimozione psicologica. Psichiatri e psicologi lo ripetono: nell’esperienza umana, non è possibile privarsi del pensiero e della riflessione dei propri vissuti. Non c’è indifferenza, irriflessività, anche se si accettano i costrutti dell’ordine dominante, della ragione di stato. I familiari lo dicono senza preamboli: “I sensi di colpa sono persistenti”. Parole che non smontano le grandi “fabbriche della vecchiaia”, che continuano a restare aperte per accogliere, dopo, i giovani di oggi. Quanta pochezza c'è nella volontà di un politico privo di una visione di vita. Ma tu, figlio e figlia, devi!

Ci sono altre possibilità

L'istituzionalizzazione non è la soluzione alla fragilità umana. Per la persona umana, il rischio di essere recluso in strutture per anziani è intollerabile. Negli ultimi anni di vita, essere internati è innaturale. Non c'è governo che ritenga curante il dover recidere ogni legame umano con la propria famiglia e il proprio territorio. Negli anni passati, la classe politica nazionale e regionale ha privato le comunità di ogni servizio di tutela agli anziani e ha approvato l'aziendalizzazione della sanità pubblica e il numero chiuso alle facoltà di medicina e alle professioni sanitarie, determinando il deserto sanitario nei territori e la tragedia della medicina ospedaliera e territoriale. Adesso, c'è l'urgenza di rivedere la legislazione sanitaria. Sempre loro, i politici e le massomafie, come se nulla fosse, gridano che le strutture socio-sanitarie e quelle ospedaliere, pubbliche e private, non hanno medici e infermieri e sono in piena crisi di personale. Intanto, una crisi accentuata dal Covid 19 fa strage, ovunque. Eppure, c'è chi ripete che "il re è nudo". Nelle aule parlamentari cala l'indifferenza. I parlamentari non vogliono aprire le porte alle facoltà di medicina e alle professioni sanitarie, sbarrate dal numero chiuso. Molti di loro continuano a non vedere che sui territori non c'è alcuna forma di assistenza sanitaria, tranne quella delle "città ospedale" .

È su queste macerie politiche e sanitarie che si può costruire o si dovrà costruire il nuovo sistema sanitario universalistico e inclusivo, gratuito e pagato con la fiscalità pubblica.

Una nuova idea che sappia concepire una città umana incentrata sui bisogni naturali dell'uomo. Un progetto che veda il medico di medicina generale come protagonista centrale della nuova medicina territoriale. Il medico di famiglia, con una rete di servizi leggeri territoriali, potrebbe avviare la liberazione dell'anziano dalle trappole della residenzialità e restituire dignità umana ai cittadini espropriati di un diritto costituzionale: la salute. Nel nuovo "mondo" sanitario, il vero regista della medicina di comunità è il medico di medicina generale. Con lui, sarà possibile ridisegnare l'assistenza sanitaria domiciliare, considerando il ricovero ospedaliero l'ultima scelta data ai casi acuti.

È questo l'inizio della nuova città umanizzata dove potranno coabitare le tante ragioni dei vinti?

 

*Sociologo e counselor professionale

 

Michele Dipace

Michele Di Pace

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