SANITA’ RUBATA: NEL SUD CHIUSI 43 OSPEDALI E PERSI 70.000 POSTI LETTO

SANITA’ RUBATA: NEL SUD CHIUSI 43 OSPEDALI E PERSI 70.000 POSTI LETTO

SANITA’ RUBATA: NEL SUD CHIUSI 43 OSPEDALI E PERSI 70.000 POSTI LETTO

di Maria Fabbricatore
In un modo o nell’altro la falla abnorme che si era venuta a creare negli ultimi vent’anni nella Sanità pubblica doveva venir fuori. Non erano bastate le inchieste della magistratura in Lombardia, che ha un nome a caso Roberto Formigoni, e i circa 200milioni sottratti alla sanità pubblica o l’inchiesta Smile, per rimanere a quelle più recenti. Quei soldi sono quelli spacchettati alle cliniche private lombarde, e sottratti in tanti modi anche ai cittadini meridionali che negli ultimi anni si recano con il cappello in mano ad elemosinare servizi minimi di sussistenza sanitaria.
 
Uno dei modi più subdoli di questi anni e anche il più insidioso, è stato quello di dirottare i miliardi di euro verso la sanità privata, e in particolare verso quegli ospedali che hanno già strutture funzionanti, all’avanguardia e strumenti di ultima generazione come quelli del nord, con un criterio desolante come quello del numero degli anziani, maggiore al nord, sia chiaro. Salvo poi scoprirsi inefficiente in modo disarmante nei momenti di vera emergenza, come quella che stiamo vivendo oggi, costringendo a far riprendere valige a cappello ai migranti meridionali, il vero ossigeno finanziario della sanità del nord.
 
Nel sud sono stati chiusi circa 43 ospedali. Ma quello che è stato colpito a morte sono quei piccoli ma efficienti centri della sanità locale, che adesso servirebbero come il pane, con personale qualificato. Solo in Calabria questo si traduce con circa 70mila posti letto, e quasi 400 reparti, oltre ai 4 piccoli ospedali efficientissimi. I soldi erano investiti bene, infatti la chiusura di questi non ha risolto il deficit della sanità meridionale. Ma gli investimenti alla sanità lombarda e del nord sono lievitati, quella stessa sanità “funzionante” a cui la gente del sud si rivolge con il cappello in mano, almeno fino ad oggi.
 
Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

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